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  • Following Her Steps… parte II – Haworth Moors

    Prima parte

    Avevo più o meno quindici anni quando lessi per la prima volta Cime Tempestose di Emily Brontë in una vecchia edizione di mio padre, spulciando fra i suoi libri da ragazzo. Mi innamorai perdutamente di quel libro: l’amore assoluto ed eterno che lega Heathcliff e Catherine coincideva con quel sentimento che avevo sempre sperato di trovare in un romanzo. Quelle emozioni altrettanto forti di rivalsa, vendetta e persino odio, mi sembravano fra le cose più vere che uno scrittore potesse raccontare. E lo aveva scritto una ragazza di neanche trent’anni che viveva in uno sperduto paesino dell’Inghilterra, Haworth, arroccato fra le colline. La canonica del paese di cui suo padre, il reverendo Patrick Brontë, era il curato, era la sua casa. Ma Emily non era sola: un concentrato di talenti straordinari viveva in quella casa, oltre lei, le sue sorelle, Charlotte ed Anne. Nel 1847 riusciranno a pubblicare tutte insieme, sotto gli pseudonimi di Currer, Ellis e Acton Bell, tre dei libri che diventeranno storia della letteratura inglese: Jane Eyre, Wuthering Heights e Agnes Grey.

    Le sorelle Brontë nel dipinto realizzato dal fratello Branwell (1834 ca), esposto eccezionalmente nel 2018 al Parsonage, di solito si trova alla National Portrait Gallery di Londra.


    Nonostante abbia il doppio degli anni e tanti libri riguardanti la vita e le opere delle sorelle Brontë alle spalle, questa storia mi esalta ancora oggi come se fosse la prima volta. Così come è identico il rammarico che provo conoscendo nei particolari la vita tragica di questa disgraziata famiglia e sapendo che Emily Brontë non ha mai saputo di aver fatto la storia. Morta appena un anno dopo la pubblicazione del libro, è stato solo merito di Charlotte che, finché ha avuto vita, non si è mai arresa, se oggi sappiamo chi erano quelle tre sorelle dello Yorkshire che all’epoca furono costrette a pubblicare sotto pseudonimo. E mi piace credere che ci sia di mezzo anche qualcos’altro, chiamatelo destino o come vi pare, ma penso che nonostante le ingiustizie e le tragedie subite, la vita abbia loro reso giustizia, alla fine.

    Viene naturale pensare anche a Sylvia, che come Emily non saprà mai di aver fatto la storia, di essere diventata importante per la vita di tanti e tante, di aver lasciato il segno indelebile che tanto bramava. Morta neanche un mese dopo la pubblicazione del suo unico romanzo, The Bell Jar, alla stessa età di Emily, trent’anni, Sylvia si appassiona alle Brontë sin da ragazzina: uno dei suoi libri preferiti è Jane Eyre e pochi anni dopo si innamora di Wuthering Heights, rileggendolo più volte. Nel 1956 sposa Ted Hughes, un poeta che proviene proprio dalla stessa terra delle Brontë, il West Yorkshire, e andando a conoscere la sua famiglia nella loro tenuta chiamata The Beacon, nei pressi di Heptonstall nella Calder Valley, visita per la prima volta quei luoghi. Ne rimane terribilmente affascinata e qualunque cosa la entusiasma e la emoziona, come scrive a sua madre in una delle prime lettere da casa degli Hughes:

    “After the first week of adjustment, I am as happy here as I have ever been in my life: Ted and I take a long walk each day up over the moors (It’s generally rainy, or at least overcast) and never have I loved country so! All you can see is dark hills of heather stretching toward the horizon, as if you were striding on top of the world; last night at sunset the horizontal light turned us both luminous pink as we hiked in waterproof boots in the wuthering free wind, starting up rabbits that flicked away with a white flag of tail, staring back at the black-faced, gray funed moor sheep that graze, apparently wild, and with their curling horns looking like primeval yellow-eyed druid monsters. I never thought I could like any country as well as the ocean, but these moors are really even better, with the great luminous emerald lights changing always, and the animals and wildness. Read “Wuthering Heights” again here, and really felt it this time more than ever.” (September 11, 1956)

    “Dopo la prima settimana di adattamento, sono felice qui come non sono mai stata in vita mia: Ted e io facciamo una lunga passeggiata ogni giorno nelle brughiere (solitamente piove, o quantomeno è nuvoloso) e non ho mai amato la campagna così tanto! Tutto quel che si vede sono le scure colline di erica che si estendono verso l’orizzonte, come se stessi camminando in cima al mondo; ieri sera al tramonto la luce dell’orizzonte ci ha resi entrambi di un rosa brillante mentre camminavamo con gli stivali impermeabili nel vento selvaggio e tempestoso, mettendo in moto i conigli che guizzavano via con la coda come una bandiera bianca, guardando verso le pecore delle brughiere dalla faccia nera e il manto grigiastro che pascolano, apparentemente selvagge, e con le corna arricciate che sembrano druidi mostri primordiali dagli occhi gialli. Non avrei mai pensato che un altro posto potesse piacermi quanto l’oceano, ma queste brughiere sono ancora meglio, con le grandi luci smeraldo brillanti che cambiano sempre, e gli animali e la natura selvaggia. Ho letto di nuovo “Cime Tempestose ” qui, l’ho sentito davvero, questa volta più che mai.” (11 settembre 1956)

    Wuthering Heights è il nome di fantasia che Emily Bronte dà alla famosa casa al centro del romanzo e si pensa che abbia preso ispirazione da Top Withens, o Top Withins come viene anche chiamata, un casolare in cima alle colline delle brughiere di Haworth, oggi ne restano solo delle rovine. È una fantastica “passeggiata” di più di 6 miglia fino a Top Withens, della durata di almeno 3 ore e mezza partendo da Haworth, e il percorso consigliato si snoda solo nel punto in cui vedere le Brontë Waterfalls, delle cascate che, come quasi tutto in quei luoghi, prendono il nome dalle famose sorelle.

    Durante il percorso si vedono delle meraviglie straordinarie: io, come Sylvia, non saprei veramente come descriverlo. Paesaggi mozzafiato, campi di erica profumata che in agosto era nel pieno della fioritura, colori brillanti, dal rosso al giallo, dal verde al viola, che si alternano fra le colline, gradini scavati nella roccia, piccoli torrenti d’acqua fredda, il Brontë Bridge, un ponte che dà inizio a un sentiero più inerpicato andando verso Top Withens, felci e campanule che spuntano fra le rocce, pascoli di pecore dalla faccia nera e un silenzio sovrumano in cui si sente solo la voce del vento. Se esiste il paradiso, spero che sia come le brughiere dello Yorkshire.

    “Ted’s marvelous millionaire Uncle Walt (…) took us over to Wuthering Heights Friday in his car. He’s a powerful heavy man with a terrific sense of dramatic humour, and we got along fine. We had picnic in a field of purple heather, and the sun, by a miracle, was out among white luminous clouds in a blue sky; there is no way to Wuthering Heights but for several miles by foot over the moors: how can I tell you how wonderful it is: imagine yourself on the top of the world, with all the purplish hills curving away, and gray sheep grazing, with horns curling and black demonic faces and yellow eyes, like ancient druids; black walls of stone, clear streams from which we drank; and at last, a lonely, deserted, black stone house, broken down, clinging to the windy edge of a hill. I begin a sketch of sagging roof and stone walls; will hike back the first nice day to finish. (Letter to her mother, September 2, 1956)

    Venerdì il meraviglioso e milionario zio di Ted, Zio Walt, ci ha portati con la sua macchina a Wuthering Heights. È un uomo forte e possente con un formidabile senso dell’umorismo melodrammatico, e ci siamo trovati bene. Abbiamo pranzato in mezzo ad un prato di erica viola, e il sole, un miracolo, splendeva in mezzo a bianche nuvole illuminate in un cielo azzurro; non c’è altra strada per Wuthering Heights che una camminata a piedi per diverse miglia fra le brughiere: non so come dirti quanto sia meraviglioso: immagina di essere in cima al mondo, con tutte le colline violacee che formano delle curve e spariscono, e pascoli di pecore grigiastre, con corna arricciate e nere facce spiritate con occhi gialli, come dei druidi antichi; muri di pietra scura, ruscelli limpidi da dove abbiamo bevuto; e, infine, una casa di pietra nera, solitaria e abbandonata, fatiscente, avvinghiata al ciglio ventoso di una collina. Ho iniziato un disegno del tetto cadente e dei muri di pietra; tornerò per finirlo alla prima bella giornata. (Lettera alla madre, 2 settembre 1956)
    Io in cima al mondo!
    Sylvia Plath nello Yorkshire con la sua macchina da scrivere portatile, 1956.

    Di questo stesso episodio ne parla anche la biografia romanzata di Connie Palmen, “Tu L’Hai Detto“, edita da Iperborea, ed è uno dei pochissimi brani che ho apprezzato di questo libro.

    “Aveva terminato Cime Tempestose e subito lo aveva ricominciato da capo, totalmente conquistata dall’amore devastante fra Cathy e Heathcliff. Diceva che eravamo noi, Cathy e Heathcliff, che i due erano una persona sola. «Io sono Heathcliff», declamava citando con occhi scintillanti la sua eroina romantica. E io concordavo sorridendo e rispondevo: «Sì, tu sei Heathcliff, io sono Heathcliff.» Con scarpe robuste e il romanzo come atlante letterario nella borsa rossa, aspettava impaziente già da un’ora mio zio Walter che, colpito dal mio tesoro straniero, si era offerto di farle da guida sulle cime tempestose. Io li seguii, pronto a sostenerla se fosse scivolata sulle pietre umide di muschio. Ascoltava i racconti coloriti di mio zio che si comportava come se avesse conosciuto le sorelle Brontë di persona e fosse stato a casa loro tutti i giorni, (…) Lei si voltava di continuo verso di me, raggiante, con un gran sorriso, le guance arrossate dal vento della brughiera, le braccia spalancate per contenere l’inafferrabile panorama, la mia Cathy, la mia Emily. (…) Di nascosto da mio zio, aggrappandosi timorosamente a me, ebbe uno sfogo di pianto dietro un acero. Pensai che fosse la stanchezza della passeggiata durata ore, l’arrampicata sulle ripide alture, l’effetto travolgente di un romanzo divenuto realtà, ma no, singhiozzò, non era affatto quello, era la caducità, quanto restava di una vita, della vita di Emily, una mezza orfana morta a trent’anni, dopo aver scritto un unico romanzo, pubblicato un anno prima della sua scomparsa, sotto pseudonimo per di più, era il fatto che come scrittrice non aveva mai saputo quanto sarebbe diventata famosa, una fama mondiale postuma, che oggi spingeva una lettrice del Massachusetts fino alle cime tempestose in cerca di lei, Emily Brontë, e il mostro della gelosia, se ne vergognava, l’aveva appena morsa al polpaccio.”
    “Tu L’hai Detto”, Connie Palmen, Iperborea.

    Apro una parentesi: ci tengo a precisare ancora una volta, visto l’entusiasmo che suscita in chi Sylvia Plath la conosce ben poco, che questo libro dev’essere letto come un romanzo e non una biografia: Ted Hughes non si è mai pronunciato in prima persona sulle loro vicende personali, a parte nelle famose Lettere di Compleanno (The Birthday Letters), e questo libro è frutto di invenzione ispirato ad una storia vera. Pertanto, molte vicende non sono narrate da un punto di vista oggettivo, ci sono errori biografici, e le figure di Sylvia e Ted sono alterate dal punto di vista dell’autrice, che fa della prima una moglie pazza ed isterica, arrivista, bramosa di successo e ossessionata dalla morte, del secondo un povero martire smidollato che subisce il suo cattivo carattere e la sua morbosa ed ingiustificata gelosia. Direi che la storia ci racconta molto più di questo e potete leggere tante altre biografie di gran lunga più veritiere e accurate.

    We spent one athletic day hiking ten miles over the moors and swamps from Wuthering Heights, where I did [a] sketch in the freezing wind. Saw museum of Brontës, things in the old Parsonage – incredible miniature children’s books of a magic kingdom they made up, in tiny print with exquisite, luminous watercolors, what creative children! Charlotte did the loveliest little watercolors. Will write article about it this week.” (Letter to her mother, September 28, 1956)

    “Abbiamo passato una giornata sportiva camminando per dieci miglia tra le brughiere e gli acquitrini da Wuthering Heights, dove ho fatto uno schizzo nel vento gelido. Abbiamo visto il museo delle Brontë, varie cose nella vecchia canonica: incredibili libriccini in miniatura dei bambini di un regno magico che hanno creato loro, con caratteri minuscoli e disegni ad acquerello brillanti e deliziosi, che bambini creativi! Charlotte ha fatto i disegnini più belli! Ci scriverò un articolo questa settimana.” (Lettera a sua madre, 28 settembre 1956)

    Qualche giorno dopo tornarono a Top Withens e Sylvia finì il suo disegno, riportato qui sopra, che oggi appartiene ad un collezionista privato. E quell’articolo che cita nella lettera alla madre lo ha scritto ed è stato pubblicato da Christian Science Monitor il 6 giugno del 1959 con il titolo “A Walk To Withens“.
    È affascinante notare quanto sia cambiato l’aspetto del rudere dal 1956 ad oggi. Il tetto che già allora stava sprofondando, non c’è più, insieme ad una delle pareti esterne, e i due alberi lì accanto sono diventati molto più alti.

    Descrizione di Top Withens presente al Parsonage.

    Le sorelle Bronte e i loro luoghi hanno avuto una grande influenza anche sull’opera poetica di Sylvia, che ha scritto due poesie bellissime dedicate a Top Withens: “Two Views of Withens” e “Wuthering Heights“, che trovate di seguito.

    Wuthering HeightsCime Tempestose
    The horizons ring me like faggots,
    Tilted and disparate, and always unstable.
    Touched by a match, they might warm me,
    And their fine lines singe
    The air to orange
    Before the distances they pin evaporate,
    Weighting the pale sky with a soldier color.
    But they only dissolve and dissolve
    Like a series of promises, as I step forward.

    There is no life higher than the grasstops
    Or the hearts of sheep, and the wind
    Pours by like destiny, bending
    Everything in one direction.
    I can feel it trying
    To funnel my heat away.
    If I pay the roots of the heather
    Too close attention, they will invite me
    To whiten my bones among them.

    The sheep know where they are,
    Browsing in their dirty wool-clouds,
    Grey as the weather.
    The black slots of their pupils take me in.
    It is like being mailed into space,
    A thin, silly message.
    They stand about in grandmotherly disguise,
    All wig curls and yellow teeth
    And hard, marbly baas.

    I come to wheel ruts, and water
    Limpid as the solitudes
    That flee through my fingers.
    Hollow doorsteps go from grass to grass;
    Lintel and sill have unhinged themselves.
    Of people the air only
    Remembers a few odd syllables.
    It rehearses them moaningly:
    Black stone, black stone.

    The sky leans on me, me, the one upright
    Among the horizontals.
    The grass is beating its head distractedly.
    It is too delicate
    For a life in such company;
    Darkness terrifies it.
    Now, in valleys narrow
    And black as purses, the house lights
    Gleam like small change.
    Gli orizzonti mi circondano come fascine,
    Inclinati e disparati, e sempre instabili,
    Toccati da un fiammifero, potrebbero scaldarmi,
    E le loro linee sottili strinare
    L’aria di arancione
    Prima che le distanze da loro trattenute evaporino,
    Appesantendo il pallido cielo di un colore più solido.
    Invece, si dissolvono e dissolvono
    Come una serie di promesse, mentre avanzo.

    Non c’è vita più alta della cima dell’erba
    O del cuore delle pecore, e il vento
    Si riversa come destino, piegando
    Ogni cosa in una sola direzione.
    Lo sento che prova
    A svuotarmi dal calore.
    Se presto troppa attenzione
    Alle radici dell’erica, esse mi inviteranno
    A imbiancare le mie ossa in mezzo a loro.

    Le pecore sanno dove sono,
    Curiosando nelle loro sporche nuvole di lana,
    Grigie come il tempo.
    Le nere fessure delle loro pupille mi accolgono.
    È come esser spediti nello spazio,
    Un sottile, sciocco messaggio.
    Stanno lì camuffate da nonne,
    Tutti i riccioli posticci e i denti gialli
    E duri belati di marmo.

    Arrivo a solchi di ruote, ed acqua
    Limpida come solitudini
    Che fuggono tra le mie dita.
    Scalini incavati della soglia vanno di erba in erba;
    L’architrave e il davanzale si sono scardinati.
    Delle persone l’aria ricorda
    Solo qualche strana sillaba.
    Ripete gemendo:
    Pietra nera, pietra nera.

    Il cielo si poggia su di me, l’unica verticale
    Fra tutti gli orizzontali.
    L’erba sbatte il suo capo distrattamente.
    È troppo delicata
    Per una vita in tale compagnia;
    L’oscurità la terrorizza.
    Adesso, nelle valli strette
    E nere come borsette, le luci delle case
    Splendono come monetine.

    È proprio da questa poesia che ho conosciuto Sylvia per la prima volta. Durante un anniversario della nascita di Emily Brontë come oggi (30/07/1818-19/12/1848), diversi anni fa, mi sono imbattuta per la prima volta in questa sua poesia e ne sono rimasta colpita. È un po’ come se Emily Brontë avesse fatto da tramite: Sylvia aveva seguito le tracce di Emily per le brughiere ed io ho incontrato Sylvia sulle stesse tracce.

    Sognavo di fare questo viaggio nello Yorkshire dalla prima volta che ho letto Cime Tempestose, vedere con i miei occhi i paesaggi che Emily amava così tanto, toccare la stessa erica che sua sorella Charlotte cercò in tutti i modi di portarle quell’inverno del 1848 quando morì, sentire quel vento assordante e tempestoso della brughiera soffiarmi nelle orecchie, e finalmente due anni fa ho potuto realizzarlo. Il 2018 segnava anche il bicentenario dalla nascita di Emily Brontë ed essere parte di un evento così unico, ha reso il viaggio ancora più speciale. Vi parlerò in un altro post del Parsonage.
    Credo che non esista posto simile da nessun’altra parte nel mondo. Emily era legata a questi luoghi visceralmente a tal punto da sentirne una terribile mancanza le poche volte che vi è stata lontana e capisco pienamente il perché. Sylvia ha conosciuto questi luoghi per la prima volta nel periodo forse più felice della sua vita, sentendosi a casa. Ed io ero a casa con loro. Ho camminato per tutto il percorso a fianco di Emily e Sylvia, sentendo la loro straordinaria presenza aleggiarmi accanto ad ogni passo, sussurrarmi nel vento la strada per raggiungerle in cima. Ho ripercorso le stesse strade che duecento e sessant’anni prima di me percorrevano anche loro, ho toccato le stesse rocce, annusato la stessa erica, visto gli stessi colori e sentito la stessa brezza estiva e mutevole. Guardare il paesaggio circostante da quella brughiera è davvero come stare in cima al mondo ed è un’emozione inspiegabile. Ho seguito i loro passi e mi sono sentita parte della Storia.

    ~ Donatella

    Tutti i contenuti e le foto presenti su questo post sono sotto stretto copyright di Donatella Marcatajo © Sylvia Plath Italy, è vietato prenderle senza permesso dell’autrice o alterarle.
    Bibliografia: The Letters of Sylvia Plath, Volume I, Harper Books; Tu L’hai Detto di Connie Palmen, Iperborea; Collected Poems of SP, Faber&Faber.

  • Le Muse Inquietanti – Sylvia Plath & Amelia Rosselli
    Copia personale. Le Muse Inquietanti, prima edizione 1985, Arnoldo Mondadori Editore.

    Nel 1985 esce questa raccolta di poesie di Sylvia Plath curata da Gabriella Morisco e tradotta insieme alla poetessa Amelia Rosselli. Fino a quel momento l’unica altra raccolta di poesie edite in italiano era “Lady Lazarus ed altre poesie“, curate dal poeta e traduttore Giovanni Giudici, che nel 1976 ricevette addirittura il premio Monselice di traduzione per essa. Mi perdoneranno i suoi estimatori ma quelle traduzioni non facevano onore a nessuno, con interpretazioni piuttosto fantasiose, errori di senso e linguaggio totalmente alterato, sta di fatto che la voce della Plath ne usciva totalmente distrutta, se non inesistente, come ammette la stessa Rosselli in un’intervista riportata alla fine di quest’articolo. Le Muse Inquietanti è, invece, finalmente la prima raccolta di poesie in italiano in cui risalta la viva voce di Sylvia Plath, tradotte finalmente attenendosi il più vicino possibile all’originale, restituendole la forza poetica e vitale, con una scelta libera di poesie ordinate cronologicamente e tradotte singolarmente da Amelia Rosselli e Gabriella Morisco. Quest’ultima cura anche l’edizione del libro ed un’introduzione che definirei a dir poco magistrale, partendo dal metodo traduttivo fino a sviscerare criticamente le poesie scelte, con uno sguardo attento alla vita e agli altri scritti di Plath. All’epoca tradotte in italiano c’erano solo le Lettere alla Madre (1979, Guanda Editore), ma nell’introduzione la Morisco cita spesso anche i Journals (Diari) che vedranno la luce in Italia solo nel 1998 con Adelphi, mentre in US erano già stati pubblicati nel 1981-82. Quest’analisi sottolinea, quindi, quanto certosino sia stato il lavoro dietro questo volume, spinto da un vero ed approfondito interesse per la poetessa.
    Per maggiori informazioni sul catalogo italiano di Sylvia Plath leggi qui.

    Dall’introduzione de Le Muse Inquietanti:

    “Percorrere ancora una volta la difficile via della poesia plathiana cercando di liberare il cammino dalle troppe etichette e congetture, letture e misletture accumulatesi in vent’anni di critica, diventa un’impresa quasi impossibile. Impossibile tornare nuovi di fronte alla sua opera e tentare, senza preconcetti, di capire qualcosa di più o di diverso della donna, della poetessa e della sua morte, realtà, queste, inscindibili fra loro e che hanno contribuito alla creazione di un mito così complesso e contraddittorio. (…) L’unica interpretazione, forse, ancora proponibile è quella più diretta della traduzione. Se è vero che la traduzione non si limita ad una semplice funzione di testimonianza e ad una trasmissione imprecisa di contenuto inessenziale, ma tende invece all’espressione del rapporto più intimo delle lingue tra loro rinnovando l’essenza del testo originale, questa nuova raccolta di traduzioni presenta una lettura per quanto possibile trasparente della Plath meno nota. (…) Il criterio di traduzione trasparente è inteso nell’accezione di Walter Benjamin che considera la vera traduzione come quella che non deve mai coprire l’originale. Solo così la pura lingua, cioè il suo nucleo non comunicabile può essere preservato e trasmesso.”

    Le poesie scelte e tradotte da Amelia Rosselli sono: La Cornacchia Nel Tempo Piovoso, Autunno Del Ranocchio, Il Giardino Del Maniero, I Campi Di Parliament Hill, Canto Del Mattino, Cime Tempestose, La Luna E Il Tasso, Piccola Fuga, Apprensioni, Amnesiaco, Ariel, Talidomide, Mistica.

    Quelle scelte e tradotte da Gabriella Morisco sono: Le Muse Inquietanti, Metafore, Il Colosso, Poema Per Un Compleanno, Pentecoste, Ore Piccole, Il Peso Delle Donne, Vedova, Una Sembianza, Attraversando L’Acqua, Olmo, L’Acchiappaconigli, Avvenimento, Berck-plage, Per Un Figlio Senza Padre, Il Detective, Lo Sciame, A Lume Di Candela, Il Piccolo Nick E La Candela, Purdah, Alberi D’Inverno, Totem, Bambino, Parole.

    Sylvia Plath (1959) fotografata da Rollie McKenna, National Portrait Gallery ©; Amelia Rosselli fotografata da Dino Ignani ©.
    ARIEL Traduzione di Amelia Rosselli
    Stasis in darkness.
    Then the substanceless blue
    Pour of tor and distances.

    God’s lioness,
    How one we grow,
    Pivot of heels and knees!—The furrow

    Splits and passes, sister to
    The brown arc
    Of the neck I cannot catch,

    Nigger-eye
    Berries cast dark
    Hooks—

    Black sweet blood mouthfuls,
    Shadows.
    Something else

    Hauls me through air—
    Thighs, hair;
    Flakes from my heels.

    White
    Godiva, I unpeel—
    Dead hands, dead stringencies.

    And now I
    Foam to wheat, a glitter of seas.
    The child’s cry

    Melts in the wall.
    And I
    Am the arrow,

    The dew that flies
    Suicidal, at one with the drive
    Into the red

    Eye, the cauldron of morning.
    Stasi nell’oscurità.
    Poi gli azzurri insostanziali
    Versano cime e distanze.

    La leonessa di Dio,
    Come uniti cresciamo,
    Perno di tacchi e ginocchia! – Il solco

    Si spacca e passa, sorella al
    Bruno arco
    Del collo che non posso fermare,

    More dal negro occhio
    Spargono cupi
    Ganci –

    Boccate nere di dolce sangue,
    Ombre.
    Qualcos’altro

    Mi tira in aria –
    Cosce, capelli;
    Scaglie dai miei tacchi.

    Bianca
    Godiva, io mi sbuccio –
    Mani morte, urgenze morte.

    E ora io
    Schiumo come grano, uno scintillio di mari.
    Lo strillo del bambino

    Si fonde nel muro.
    E io
    Sono la freccia,

    La rugiada che giace
    Suicidale, una con la spinta
    Nel rosso

    Occhio, la fucina del mattino.
    Si nota subito la traduzione aderente all’originale in metrica e significato e un orecchio attento ad imitarne il suono poetico.
    Amelia Rosselli

    Amelia Rosselli è oggi troppo poco conosciuta dai lettori contemporanei, ma è una pietra miliare della letteratura italiana; conosciuta soprattutto per aver sperimentato una fusione tra verso e musica, Amelia era, infatti, poetessa, organista ed etnomusicologa, e per lei che era trilingue, la traduzione letteraria era solo un “divertente esercizio”.
    Nacque appena un paio di anni prima di Sylvia Plath, nel 1930, a Parigi, da madre inglese attivista del partito laburista britannico, Marion Catherine Cave, e dall’italiano Carlo Rosselli, antifascista e teorico del Socialismo Liberale, che venne assassinato insieme al fratello dalle milizie fasciste francesi su ordine di Mussolini e Ciano.
    Da quel momento iniziò la vita da esule di Amelia, fuggita con la madre prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti, e infine, per completare gli studi, in Inghilterra. Tornò in Italia solo nel 1946 dove divenne presto parte attiva della scena politica e culturale del paese, divenendo membro del partito PCI e conoscendo personaggi come Pier Paolo Pasolini, con cui ebbe una lunga amicizia, Carlo Levi, con cui ebbe una relazione amorosa, Rocco Scotellaro, Carmelo Bene, con cui collaborò in importanti progetti teatrali, e il pittore Renato Guttuso, un altro “pseudopadre” di vent’anni più grande con cui ebbe una storia. Per questo suo peregrinare e questo suo stato di apolide, l’amico Pasolini la definì “cosmopolita”, anche se a lei questa definizione non piaceva, preferiva definirsi “figlia della seconda guerra mondiale” poiché proveniente da una famiglia di rifugiati costretti alla fuga. Per il suo plurilinguismo iniziò a tradurre per case editrici e per la Rai ed iniziò a pubblicare componimenti poetici dal 1963 in riviste e raccolte. Non ebbe mai il successo che avrebbe meritato, però, passando la sua vita in precarietà economica, nonostante il suo mirabile talento, le conoscenze fra i salotti culturali, la parentela col famoso Alberto Moravia (erano cugini da parte di madre) e ad essere stata l’unica donna inclusa da Pier Vincenzo Mengaldo nell’antologia Poeti italiani del Novecento (1978).

    Oltre alla poesia, tante sono le similitudini fra la sua vita e quella di Sylvia, a partire dalla perdita del padre in tenera età che segnerà le loro vite e il loro genio poetico. Entrambe attraversarono devastanti periodi di depressione che portarono al ricovero in cliniche, all’elettroshock e alle varie cure dell’epoca fra cui gli shock insulinici. Infine, il suicidio. Amelia Rosselli scelse di togliersi la vita esattamente trentatrè anni dopo Sylvia, l’11 febbraio del 1996, gettandosi dalla finestra di casa sua in Via del Corallo a Roma dove oggi vi è esposta una targa in sua memoria, suggellando definitivamente il loro legame. È sepolta nel cimitero acattolico di Roma nel quartiere Testaccio, in quello che per me è uno dei più bei cimiteri monumentali al mondo, in compagnia di grandissimi personaggi quali John Keats e l’amico pittore Joseph Severn, Percy B. Shelley, Carlo Emilio Gadda, Antonio Gramsci, lo scultore William Wetmore Story e ultimo Andrea Camilleri.

    Source: Wikipedia.org

    Amelia Rosselli parlò di Sylvia Plath già qualche anno prima della pubblicazione de Le Muse Inquietanti in un noto saggio intitolato “Istinto di Morte, Istinto di Piacere” (1980), che oggi potete trovare in questa raccolta di scritti a lei interamente dedicata di Trasparenze, acquistabile su Amazon in versione ebook oppure dal loro sito in cartaceo, oppure ne L’opera Completa di Amelia Rosselli de I Meridiani Mondadori.

    Come ultima cosa, vi lascio un’interessante intervista degli anni ’80 di Marco Caporali, scrittore e poeta, ad Amelia Rosselli, intitolata Donne Che Traducono Donne: Amelia Rosselli E Sylvia Plath tratto da La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli:

    Nel suo attico di via del Corallo, davanti a una lunga finestra che s’apre sui tetti della vecchia Roma, Amelia Rosselli mi mostra l’ultima ristampa di 31 poesie da Serie ospedaliera, introvabile ormai nella prima edizione del Saggiatore, che la casa editrice SE ha rimesso in circolazione proprio in questi giorni. Il nuovo titolo è La libellula, dal poema omonimo del ’58 presente anch’esso nella raccolta. Tra Variazioni belliche (Garzanti ’64) e Documento (Garzanti ’76), Serie ospedaliera è stato il suo secondo volume di versi ad essere pubblicato. È infatti il 1980 l’anno di edizione presso Guanda di Primi Scritti (poesie dal ’50 al ’60). Questi primi componimenti erano scritti in tre lingue (italiano, inglese, francese). In seguito la Rosselli, per molti anni vissuta all’estero, ha optato in via definitiva per la lingua italiana. Il suo ultimo poemetto è Impromptu (San Marco dei Giustiniani ’81). Appunti sparsi e persi, che raccoglie quelle poesie tenute fuori da Documento, uscito presso Ælia Lælia nel 1983.
    L’occasione del nostro incontro è data dalla recente pubblicazione presso Mondadori di una scelta di poesie di Sylvia Plath, Le muse inquietanti, splendidamente tradotte da Amelia Rosselli e Gabriella Morisco, che ha anche curato il libro e scritto l’introduzione. Già nel 1976 Mondadori pubblicò una prima raccolta dal titolo Lady Lazarus e altre poesie con traduzione di Giovanni Giudici, ma nonostante la serietà del lavoro di Giudici si percepiva una scarsa sintonia del poeta con l’universo formale e l’immaginario di Sylvia Plath.

    Pur nell’inusuale veste di traduttrice, la Rosselli rimane soprattutto uno dei maggiori poeti contemporanei.
    Le chiedo quindi per prima cosa se esistano tratti comuni tra il suo essere poeta e traduttore.
    Dopo aver fatto le scuole in Francia mi sono trasferita per un anno in Inghilterra. Poi sono stata sei anni in America e di nuovo in Inghilterra. Ho conseguito in questi paesi due diplomi di maturità. Nei primi tempi a Roma studiavo musicologia e traducevo per le edizioni Comunità. È con questo lavoro che presi contatto più seriamente con la lingua italiana. Credo che lo scrivere e il tradurre s’incrocino un poco. Ma di solito riesco bene se sono io a scegliere il poeta, devo sentirlo vicino. Mi diverto molto a tradurre, è un buon esercizio. Uso spesso il dizionario, sono molto perfezionista e un po’ smemorata. Ho tendenza comunque a una traduzione letterale, estremamente vicina al testo anche sul piano ritmico musicale. Questo è molto importante, non vorrei imporre il mio stile. Ma nel caso di Sylvia Plath non c’era il rischio di imporsi, è troppo forte la sua personalità.

    Quando iniziò a tradurre le poesie della Plath?
    Nel ’75 ho tradotto per «Nuovi Argomenti» quattordici poesie poi riprese e perfezionate per Mondadori. In quello stesso anno la Rai mi propose un lavoro sui poeti americani non beat. Rimasi molto colpita da Berryman e dalla splendida traduzione di Sergio Perosa.

    Quindi per lei l’essenziale è l’aderenza formale al testo.
    Con la poesia della Plath si può tradurre parola per parola, conoscendo benissimo l’inglese. Si può fare magari qualche inversione, ma il senso è chiaro senza alcuna necessità di reinventare la sua poesia. Bisogna stare molto attenti a quello che lei vuole, se l’aggettivo è maschile o femminile ad esempio.
    Ha una scrittura paradossale, sarcastica e intelligente, sceglie un vocabolo magari facile ma lo fa con assoluta sicurezza. Mi sorprese molto da parte di una donna una potenza tale, un prorompere di genialità, e una specie di fredda acutezza quasi raggelante. L’ho anche confrontata con la Sexton, una poetessa sua amica e anche lei suicida. Ma non ci sono possibili confronti.

    Nelle Muse Inquietanti la scelta delle poesie è molto diversa da quella di Giudici. Qual è stato il criterio seguito?
    Mi piace molto Giudici come poeta e come traduttore, ma mi ha detto lui stesso che non ama la Plath. Ha imposto il suo stile. Ho notato inoltre che ha scelto tutte le poesie più biografiche e scettiche, al punto da risultare aspre e deluse. Non sono queste le più belle poesie. In quelle scelte da me, come anche in quelle della Morisco, c’è più pienezza di vita, senso della natura. Sono le poesie più sonore, più agréable. Poi credo che sia più facile per una donna amare la Plath.

    L’immaginario e la psicologia di Sylvia Plath sono molto femminili. Si percepisce che sono poesie di una donna. Che ne pensa?
    Sì, ma non è mai stucchevolmente femminile, non rappresenta mai l’anima femminile come genere in sé. Quando sceglie qua e là metafore e temi di questa natura lo fa per ricordare al pubblico il suo sesso. Ma quando non ci bada non si indovinerebbe mai. Ha una sua virilità femminile. Stilisticamente è un poeta a sé, non si può dire da chi derivi.

    Alcuni critici, come Nims e Davison, sostengono che la sua prima raccolta The Colossus sia ancora in una fase di sperimentazione che prepara la successiva Ariel. È qui che troverebbe la sua originalità. È d’accordo?
    Una potente genialità è anche nelle prime poesie di The Colossus, ma questa prima raccolta è ancora un po’ scolastica. Poi a poco a poco scompare la scuola, l’esercizio. È molto interessante come riesca a superare apparentemente, con parole e metafore piazzate, il nesso sintattico. Ma c’è molta confusione al riguardo. Suo marito Ted Hughes ha preso in giro un mucchio di critici illudendoli che nei tre volumi che ha fatto pubblicare dopo la morte della moglie (ArielCrossing the Water, e Winter trees) le poesie seguissero un ordine cronologico e Ariel fosse proprio in un certo senso il testamento spirituale della Plath. Lo è, ma insieme agli altri due libri scritti tutti nel giro di due anni e mezzo. Soltanto nell’ultima edizione di Collected Poems che Hughes ha curato nel 1981 ogni poesia ha la sua data di composizione.

    Crede che l’incontro con Ted Hughes sia stato determinante per il suo sviluppo stilistico? Lui ad esempio le rimproverava un uso eccessivo della metafora.
    La poesia di Hughes non è alla sua altezza. Scrive poesie razionalistiche, sperimentali, non mi ha mai interessato. È un buon letterato, un buon consulente, ma gli manca un po’ la fantasia. In Sylvia non è un eccesso di metafora, ma un ricamo virtuosistico, anche sonoro, nient’affatto fastidioso. Hughes ha avuto per lei una grande importanza sul piano affettivo, ha cercato di farle da padre. Risulta dalle Lettere alla madre che lei fosse felice all’inizio del matrimonio, addirittura euforica. Ma quando scoprì che il marito riceveva le telefonate dell’amante a casa fu un terribile shock. È difficile inoltre per una donna conciliare la famiglia con l’arte. Lei ha voluto forse troppo la felicità, i figli e la grande poesia.

    Sente un’affinità tra la sua poesia e quella della Plath?
    Sono molto interessata alla sua musicalità, a certe procedure tecniche, inversioni sintattiche di cui parlavo. Non mi interessa però il personalismo, l’autobiografico. Mi riconosco anche nel suo senso dei colori, in una religiosità a volte frenata a volte prorompente, nella sua larghezza di linguaggio non certo accademica. Chi scrive è una persona molto sola, spiritualmente, stilisticamente sola.
    Fonte

    Altre fonti:
    Biografia

    ~ Donatella

    Letture d’approfondimento:

  • American Isis di Carl Rollyson

    “Biographers have puzzled over what Ted Hughes meant when he claimed, rather dramatically, “It was either her or me”. This much is clear: He did not want to play Osiris to her Isis. Although he began their marriage thinking she needed him to complete herself, he gradually realized his role was to act as a corsort in her mythology. (…) In Her Husband, Diane Middlebrook has written persuasively about how Hughes perceived Plath as an incarnation of Robert Graves’s white goddess. But Plath saw herself quite differently. She resembles, it seems to me, an American Isis. She wanted to be an ideal mother and wife — but with her power, her magic, intact. (…) Plath has become the object of a cult-like following, her grave a pilgrimage site like the sanctuaries erected in honor of Isis.”

    “Numerosi biografi si sono scervellati su cosa volesse significare la frase detta, piuttosto drammaticamente, da Ted Hughes, “Era sempre o lei o me”. È abbastanza chiaro: non voleva recitare il ruolo di Osiride al fianco di Iside. Anche se il loro matrimonio era iniziato pensando che lei avesse bisogno di lui per essere completa, ha gradualmente compreso che il suo ruolo fosse quello di recitare la parte del consorte nella personale mitologia di lei. (…) In Suo Marito, Diane Middlebrook ha scritto in maniera convincente di quanto Hughes percepisse la Plath come l’incarnazione della dea bianca di Robert Graves. Ma Plath si vedeva piuttosto diversa. A me pare somigliasse più ad un’Iside Americana. Voleva essere una madre e una moglie ideale — ma con il suo potere, la sua magia, intatti. (…) Plath è divenuta l’oggetto di una sorta di culto di seguaci, la sua tomba un luogo di pellegrinaggio come i santuari eretti in onore della dea Iside.”

    Da questa premessa inizia la biografia di Sylvia Plath scritta da Carl Rollyson nel 2013. Carl Rollyson è un professore emerito di giornalismo al Baruch College, sito a Manhattan, New York. Ad oggi conta oltre 40 libri pubblicati, è uno stimato biografo che ha scritto delle vite di tanti personaggi della letteratura e dello spettacolo, come per esempio Marilyn Monroe, Susan Sontag, Rebecca West, William Faulkner. In virtù della sua esperienza di biografo, in questo libro si trovano spesso comparazioni di Sylvia con altri, soprattutto Marilyn Monroe: anche essendo due persone complesse e differenti, si legge come una comparazione fra donne recluse ad una ristretta cultura femminile della stessa epoca americana.

    American Isis di Carl Rollyson

    American Isis” è la prima biografia che Rollyson ha scritto su Sylvia Plath, ma proprio all’inizio di quest’anno ne è uscita una seconda, intitolata “The Last Days Of Sylvia Plath“, che si concentra maggiormente sull’ultima parte della sua vita e sui nuovi materiali a cui ha avuto accesso recentemente.
    American Isis” è purtroppo una delle tante biografie mai tradotte in italiano, ma in inglese potete facilmente trovarla online, sia come ebook che come cartaceo.
    In questo libro, Rollyson ricostruisce interamente la vita della Plath, partendo proprio dagli inizi, dalla sua infanzia spensierata vicino all’oceano a Winthorp fino alla morte del padre quando lei ha otto anni e al radicale cambiamento della sua vita. Una particolarità di questa biografia è che esplora anche la cultura popolare che ha formato Sylvia Plath, fra l’infanzia e l’adolescenza soprattutto, i programmi radio che ascoltava da bambina come “The Shadow Knows“, “Superman” e “The Lone Ranger“, i libri preferiti della sua adolescenza fra i quali spiccano “Via Col Vento” di Margaret Mitchell e “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, poi Virginia Woolf e le poesie di Sara Teasdale a cui si ispira per il primo famoso racconto che le viene pubblicato sulla rivista Seventeen, “And Summer Will Not Come Again“.

    She was beginning to understand that for someone like herself, and like the women she admired – Sara Teasdale and Virginia Woolf – the idea of living happily ever after was the “fallacy of existence”.

    “Stava iniziando a capire che per una come lei, e come le donne che ammirava – Sara Teasdale e Virginia Woolf – l’idea di vivere per sempre felice e contenta fosse il “falso mito dell’esistenza.”

    A questo proposito, alla fine del libro c’è un’interessante appendice chiamata “Sylvia Plath’s Library” in cui l’autore pubblica dei brani sottolineati da Sylvia Plath nei suoi libri, contenuti oggi nella collezione dello Smith College. Si tratta di libri per lo più di Jung, D. H. Lawrence e di filosofi come Sant’Agostino e Hume. A testimonianza del fatto che le sue letture erano vaste e spaziavano argomenti diversi.

    In ordine cronologico, quindi, con capitoli suddivisi per anni, ripercorriamo l’intero percorso di Sylvia, a cominciare dalle amicizie importanti della sua adolescenza: l’inseparabile Marcia Brown, amica che le ispira la storia “Mary Ventura & The Ninth Kingdom” con cui rimane in contatto fino agli ultimi giorni della sua vita; Nancy Hunter Steiner, la compagna di stanza allo Smith; Eddie Cohen, il ragazzo che la contatta dopo la pubblicazione della sua storia su Seventeen, forse il primo ad aver visto il suo vero talento e il suo vero io, con il quale rimane in contatto per diverso tempo; Hans-Joachim Neupert, un ragazzo tedesco la cui corrispondenza epistolare durò ben 11 anni.

    Immancabile è anche l’analisi di tutte le figure maschili che appaiono (e scompaiono) nella sua vita prima di Hughes: il primo bacio rubato da un ragazzo estone, Ilo, l’estate del ’50 in cui lavorava nei campi; Dick Norton, ovvero il famigerato Buddy Willard in The Bell Jar, e suo fratello Perry; Myron Lotz, uno studente di Yale con cui esce per un periodo; Gordon Lameyer, un altro ragazzo conosciuto poco prima dell’estate 1953; Peter Davison, un tipo con cui esce solo un paio di volte, ma la cui conoscenza sarà importante anche in seguito perché pubblicherà molte delle sue poesie future, essendo editore al The Atlantic Monthly; e Richard Sassoon, il primo ragazzo di cui si era seriamente invaghita al punto da rincorrerlo a Parigi e che l’ha lasciata spezzandole il cuore.

    She wanted, she confessed, the impossible: a “demigod of a man”, a “romantic nonexistent hero”.

    Lo ammetteva, voleva l’impossibile: un “semidio”, un “eroe romantico inesistente”.

    La sua ricerca termina con Ted Hughes, come tutti sappiamo. Ma nel bel mezzo di questi anni promettenti, c’è l’estate del 1953, in cui, poco dopo essere tornata da New York dall’esperienza redazionale di Mademoiselle, scivola in una spirale di depressione che la porta a tentare per la prima volta il suicidio, ingoiando dei sonniferi e salvandosi per miracolo.

    Why did she descend into such a deep depression at the very moment when life should have been at a peak?

    Perché è caduta in una tale depressione profonda proprio nel momento in cui la vita avrebbe dovuto essere all’apice?
    Gli articoli di giornale dell’epoca che ne denunciavano la scomparsa e poi il ritrovamento.

    Non lo sappiamo, probabilmente non lo sapeva nemmeno lei. Ma anche dopo essere stata dichiarata guarita dalla sua psichiatra del McLean Hospital, Ruth Beuscher, sono evidenti diversi casi di autolesionismo deliberatamente inflitto, come nel caso raccontato nel romanzo riguardante il personaggio di nome Irwin, con cui Esther ha un rapporto sessuale talmente violento che le procura un’emorragia. Tale scena, o sarebbe meglio dire, tale stupro è avvenuto realmente nella vita di Sylvia Plath, la storia viene confermata dalla compagna di stanza Nancy Hunter: questo professore era inizialmente uscito con Nancy che, capite le sue intenzioni, era riuscita a scappare per un soffio, ma pur sapendo quello che era successo, Sylvia accetta di uscire con lui e anche dopo essere stata violentata continua a vederlo; la sera in cui torna emorragica è la stessa Nancy che la accompagna all’ospedale. Rollyson scrive che un altro studioso di Plath, Peter K. Steinberg, sia riuscito a risalire alla vera identità di questo personaggio: si tratta, come nel libro, di un professore di matematica, Edwin Akutowicz, che ricordava perfettamente Sylvia.

    Plath’s reckless involvement with Irwin – even after she had been warned by Nancy – seems a precursor of her later desire to take on the daunting Ted Hughes. (…) Hughes might have stepped right out of a Bronte novel. (…) She could not stop obsessing about him. She had already been told he was the biggest seducer in Cambridge.

    Il coinvolgimento sconsiderato di Plath con Irwin – anche dopo essere stata avvisata da Nancy – sembra precursore del successivo desiderio di affrontare il temibile Ted Hughes. (…) Hughes potrebbe proprio essere uscito da un romanzo delle Bronte. (…) Lei non riusciva a smettere di ossessionarsi con lui. Le era già stato detto che fosse il più grande seduttore di Cambridge.

    I dettagli della loro storia d’amore sono tutti raccontati minuziosamente nei Diari e nelle lettere di Sylvia, che la descrive ogni giorno di più come un sogno idilliaco di intesa di corpi e menti. E, a quanto pare, Hughes è altrettanto assorbito da Sylvia, tanto da decidere di sposarla il 16 giugno 1956, dopo appena quattro mesi circa di relazione, rinunciando (per quanto ne sappiamo) ad altre conquiste.

    Ted & Sylvia, 1956.

    He had apparently forsaken the rather dissolute life Sylvia had earlier imagined for him in her journal, and he seemed to have become thoroughly domesticated. He had opened his heart to Sylvia and identified with her dreams and ambitions as no other man had done.

    Ha apparentemente abbandonato la vita piuttosto dissoluta che Sylvia nei suoi diari aveva inizialmente fantasticato lui avesse, e sembrava essere diventato del tutto addomesticato. Le aveva aperto il cuore e si era identificato con i sogni e le ambizioni di lei come nessun altro uomo aveva mai fatto.

    Rollyson ci porta in giro per tutti i viaggi e i trasferimenti di Sylvia e Ted, dall’Inghilterra all’America e poi di nuovo all’Inghilterra, seguendo le loro vite, i loro successi ed insuccessi, riportando innumerevoli testimonianze, sia dai diari e dalle lettere di Sylvia ma anche da quelli di Ted.

    Her haunting journal passage about a wounded bird she and Ted tried to nurse – and their failure, which ended in Ted gassing the bird to put it out of its misery – read like an unintended forecast of Sylvia’s own fate. She marveled at how beautiful, perfect and composed the asphyxiated bird looked in death.

    L’inquietante brano del suo diario circa un uccellino ferito che lei e Ted avevano provato a curare – e il loro fallimento, che finisce con Ted che sopprime col gas l’uccellino per porre fine alle sue sofferenze – può vedersi come una previsione involontaria del destino di Sylvia. Era meravigliata da come l’uccellino asfissiato apparisse bello, perfetto e composto nella morte.

    Un dettaglio dei suoi diari che avevo notato la prima volta che li ho letti e che trovo per la prima volta citato in una biografia. Mi sono domandata spesso se quell’orribile notte dell’11 febbraio 1963 non abbia pensato a quell’episodio di tanti anni prima, avvenuto nei giorni più felici con Ted.

    The higher Sylvia stood in Ted’s estimation – especially after the publication of The Colossus – the more jealous Olwyn became.

    Più Sylvia cresceva nella considerazione di Ted – specialmente dopo la pubblicazione di The Colossus – più Olwyn diventava gelosa.

    In questa biografia, in modo piuttosto imparziale, l’autore indaga approfonditamente tutte le relazioni con le persone a lei più vicine: la figura controversa della madre Aurelia, generosa e debole, opprimente e immolata al sacrificio, con cui Sylvia ha un rapporto altrettanto ambiguo; il fratello Warren; i genitori di Hughes; e soprattutto la sorella di Hughes, Olwyn, che nonostante le loro risapute asperità già in vita, per volontà di Ted, diventerà la co-detentrice legale dei diritti delle opere di Sylvia dopo la sua morte, creando tantissimi problemi.

    She mistakenly thought that with The Bell Jar she had put her trauma behind her. (…) Esther is not cured, any more than Plath’s demons had been banished. Indeed, as Esther observes in the novel, “How did I know that someday – at college, in Europe, somewhere, anywhere – the bell jar, with its stifling distortions, wouldn’t descend again?”

    Aveva erroneamente pensato che con La Campana di Vetro fosse riuscita a lasciarsi alle spalle il suo trauma. (…) Esther non è guarita, non più di quanto i demoni di Plath fossero stati cacciati. Infatti, come osserva Esther nel romanzo, “Come potevo sapere che un giorno – al college, in Europa, da qualche parte, in qualunque parte – la campana di vetro, con le sue soffocanti distorsioni, non sarebbe di nuovo calata su di me?”

    È la stessa cosa che Ted dichiara il giorno del funerale di Sylvia, raccontato nel memoir dell’amica che l’ha vista viva per l’ultima volta, Jillian Becker.

    Why one person survives depression and another does not is a mystery, although Plath’s poetry reveals an attitude toward death that made suicide, in certain conditions, desiderable-even just.

    Perché una persona sopravviva alla depressione e un’altra no è un mistero, sebbene la poesia di Plath riveli un’attitudine verso la morte che rende il suicidio, in certe condizioni, persino desiderabile.
    La foto di copertina di “American Isis” ritrae Sylvia Plath nel 1954, tornata allo Smith College. Courtesy: Judith Snow Denison.

    Il settimo capitolo di questa biografia ripercorre tutti gli eventi, fino al 2013 conosciuti, riguardo agli ultimi giorni di Sylvia, dalla separazione con Ted e il conseguente trasferimento coi figli a Londra, fino alla morte.

    Ted told Aurelia that he was damned and did not want to be forgiven, presumably because of his role in destroying what he called “one of the greatest, tuest spirits alive” and a “great poet”.

    Ted disse ad Aurelia di essere eternamente dannato e che non voleva essere perdonato, presumibilmente per il suo ruolo nel distruggere quella che lui chiamava “uno dei più grandi e più veri spiriti viventi” e “una grande poetessa”.

    Tralasciando la devastazione nel ripercorrere per l’ennesima volta la sua vita e la sua morte, Rollyson non termina il libro con questo evento, ma prosegue per un altro capitolo che racconta tutti i fatti avvenuti dopo la morte di Sylvia. Questo capitolo rende il libro un must-have perché descrive con precisione tutte le orribili vicissitudini intorno all’eredità letteraria di Sylvia: come da un’iniziale puro sentimento di Ted, di rimorso e bisogno di far conoscere al mondo Sylvia Plath, si sia passati a becere questioni veniali con Olwyn che gestiva i diritti con lui speculando su qualunque cosa, tentando di affondare la leggenda di Sylvia Plath e innalzando e proteggendo fino all’inverosimile la figura del fratello, che nel frattempo veniva messo alla gogna per aver manipolato e controllato le opere e i diari di Sylvia. Senza dimenticare anche la sottomissione della madre Aurelia, che ha cercato in tutti i modi di mantenere dei buoni rapporti con Hughes per poter vedere i nipoti, che si è opposta per superficiali questioni di conseguenze legali alla pubblicazione di The Bell Jar in America fino al 1971, e che dietro ad un bisogno economico e un bisogno ancor più grande di volerle confezionare una reputazione di figlia amorevole e gioiosa, ha pubblicato una manciata della loro corrispondenza in Letters Home, debitamente censurata e infiocchettata non meno dell’imbavagliamento operato dagli Hughes.

    Da sinistra: Gerard, il fratello che viveva in Australia, Olwyn e Ted.

    Rollyson tratta con accuratezza anche la fondamentale problematica che ne è derivata riguardo alla stesura di biografie veritiere su Sylvia: gli Hughes, specialmente Olwyn, intendevano controllare ogni singolo fatto e parola e facevano ostruzionismo ad ogni biografo che tentava di scrivere un libro su Sylvia, portando tanti ad abbandonare l’impresa. L’unica biografia autorizzata dagli Hughes su Sylvia Plath è Bitter Fame di Anne Stevenson, che venne letteralmente scritta a quattro mani dalla biografa e da Olwyn, riportando la conseguente immagine di Plath, poco credibile per non dire altro, voluta da quest’ultima.

    When Alvarez said the real crime was killing her little girl [referred to Assia’s suicide], Olwyn replied, “She could hardly have left Ted with another motherless child.” (…) Olwyn could scarcely contain her triumph and comtempt.

    Quando Alvarez disse che il vero crimine era stato quello di uccidere la loro bambina [riferendosi al suicidio di Assia], Olwyn rispose, “Difficilmente avrebbe potuto lasciare Ted con un’altra figlia senza madre.” (…) Olwyn riusciva a malapena a contenere la sua esultanza e il suo disprezzo.

    Tutti ricordano Olwyn come una donna insostenibile, fredda, attaccata ai soldi, morbosamente gelosa del fratello al limite dell'”incesto intellettuale” come scrive Sylvia dopo il loro famoso litigio del Natale ’60 e, se necessario, anche mistificatrice della realtà. Elizabeth Sigmund Compton, amica e vicina di casa di Sylvia e Ted nel Devon, nonché la Elizabeth a cui Sylvia dedica il suo unico romanzo, quando provò a raccontare quello che sapeva della loro separazione, si vide screditare pubblicamente da Olwyn dicendo che non era certo una loro amica intima, ma una persona che li aveva visti solo qualche manciata di volte. La sua testimonianza viene riportata in un’altra appendice di questo libro e la ricostruzione minuziosa dei fatti viene scritta da un’altra studiosa di SP, Gail Crowther, in un libro del 2015, anch’esso purtroppo solo in inglese: Sylvia Plath in Devon. Un’altra interessante testimonianza presente nelle ultime appendici è quella di David Wevill, marito di Assia Wevill, che si è sempre tenuto fuori da queste vicende per oltre cinquant’anni.

    La mia copia in ebook.

    Sembra palese che fino agli anni 2000, in cui finalmente vennero autorizzati gli Unabridged Journals, la Restored Edition di Ariel e infine la collezione completa delle Lettere, nessuno si fosse adoperato per liberare la vera voce di Sylvia. Ci auguriamo che la nuova direzione intrapresa dalla figlia Frieda continui, regalandoci altre voci inedite di Sylvia Plath.

    ~ Donatella

    Altri consigli di lettura biografici:

  • Ariel – The Restored Edition
    Sylvia Plath ed i suoi figli, Frieda e Nicholas, nel dicembre del 1962, a Court Green, in Devon.

    In una lettera alla madre, il 14 dicembre 1962, SP le annunciava di essersi appena trasferita coi bambini nella casa di Yeats e di non esser mai stata così felice ed attiva: “Dear mother, well, here I am! Safely in Yeats’house! (…) And I can truly say I have never been so happy in my life. (…) I feel Yeats’ spirit blessing me.” [Cara mamma, bè, eccomi qui! Sana e salva nella casa di Yeats! (…) E posso dire sinceramente di non essere mai stata così felice in vita mia. (…) Sento di essere benedetta dallo spirito di Yeats.]
    Aveva sempre sentito un profondo legame con il poeta W. B. Yeats, sin da giovane, quel sentimento l’aveva spinta ad affittare proprio quell’appartamento in Fitzroy Road a Londra, percepiva tutto questo come un segno benevolo per la sua nuova vita. Sentiva di avere finalmente la libertà di fare mille cose, scrivere poesie e prosa, dipingere, ridipingere e ammobiliare il suo nuovo appartamento: “Now I’ve got rid of Ted, to whom I’ve dedicated such time and energy and for such reward, I feel my life and career can really begin.” [Adesso che mi sono sbarazzata di Ted, a cui ho dedicato così tanto tempo ed energia e con che ricompensa poi, sento che la mia vita e la mia carriera possano realmente iniziare.]
    Si sentiva piena di energie, stava scrivendo un broadcast con alcune sue nuove poesie per la BBC, che purtroppo non ha mai avuto luogo; il suo poema “Three Women” stava per essere tradotto da una radio norvegese; stava scrivendo un secondo romanzo, di cui purtroppo non abbiamo tracce, che prevedeva di terminare entro l’inverno e che intendeva dedicare ad Olive Higgins Prouty, la sua mentore sin dal periodo scolastico con cui rimase in contatto per tutta la vita; aveva mandato ad Al Alvarez, grande critico inglese, scomparso proprio da pochissimo, che ha sempre amato e supportato moltissimo la sua opera, il suo secondo libro di poesie appena terminato: “A. Alvarez, the best poetry critic here thinks my second book, which I’ve just finished, should win the Pulitzer Prize. Of course, it won’t, but it’s encouraging to have somebody so brilliant think so.” [Al Alvarez, il miglior critico di poesia qui pensa che il mio secondo libro, che ho appena finito, debba vincere il Premio Pulitzer. Ovviamente, non avverrà, ma è incoraggiante avere qualcuno di così brillante che lo pensi.]
    Chiude la lettera confermando tutti i suoi meravigliosi propositi: “Have told to Mrs. P. (Prouty) I would like to dedicate my 2nd novel to her. She wanted to be sure I was dedicating something to you, so I said I was dedicating my 3rd book of poems to you – – – I’m dedicating the 2nd one I’ve just finished to Frieda & Nick, as many poems in it are to them, and I’m sure you approve!” [Ho detto a Olive Higgins Prouty che vorrei dedicarle il mio secondo romanzo. Voleva essere certa che io stessi dedicando qualcosa a te, così le ho detto che ti dedicavo il mio terzo libro di poesie – – – Sto dedicando il secondo che ho appena terminato a Frieda e Nick, visto che molte delle poesie sono per loro, e sono certa che tu approverai!]
    Il suo terzo libro di poesie lo aveva appena iniziato e fino a quel momento doveva contenere Winter Trees, Brasilia, Childless Woman, Sheep In Fog, Years, The Fearful e Mary’s Song, molte delle quali vennero poi incluse da Hughes, insieme ad altre, nell’edizione rimaneggiata di Ariel, ma che lei aveva, appunto, pensato per un libro successivo.

    Dicembre 1962, Court Green, Devon.

    Come ormai tutti sappiamo, l’ultima raccolta di poesie di Sylvia Plath, intitolata Ariel, è uscita per la prima volta nel 1965 in Regno Unito e nel 1966 negli Stati Uniti, postuma. È noto anche che la raccolta del 1965 sia stata rimaneggiata da Ted Hughes, che, sia nell’edizione inglese che in quella americana, ha tolto molte delle poesie che avevano riferimenti a lui o ad altri e ne ha sostituite altre per una sua opinione personale. Di fatto, la raccolta che Sylvia aveva lasciato su quella scrivania era parecchio diversa da quella acclamata nel ’65.

    Abbiamo dovuto attendere tanti, tantissimi anni, prima di avere finalmente fra le mani la copia di Ariel così come Sylvia Plath l’aveva pensata alla fine dei suoi giorni. Nel 2004, la figlia Frieda Hughes ha dato alle stampe la Restored Edition, che reintroduceva l’intera selezione di poesie originali. Oltre a rimettere finalmente le cose al loro posto, ciò che rende ulteriormente interessante questa raccolta sono i facsimile del manoscritto e delle bozze, con i fogli originali battuti a macchina e scritti o corretti a mano con la scrittura di Sylvia. Riporta anche l’elenco completo delle poesie che lei intendeva inserire in questa raccolta, con le eventuali correzioni, aggiunte ed eliminazioni, comprese le scritte a lato che annotavano quelle che erano già state pubblicate in riviste, come The New Yorker o Harper’s. Nelle bozze scritte a mano si ha la sensazione di entrare nella sua testa, di percepire il miracolo del suo processo creativo, è qualcosa di veramente unico.


    Alla fine del libro c’è anche un’appendice che riporta il broadcast che stava scrivendo per la BBC, che ho citato sopra nella lettera alla madre. Nel testo troviamo le sue descrizioni delle poesie che intendeva leggere e la seguente presentazione: “These new poems of mine have one thing in common. There were all written at about four in the morning – that still, blue, almost eternal hour before cockcrow, before the baby’s cry, before the glassy music of the milkman, settling his bottles. If they have anything else in common, perhaps it is that they are written for the ear, not the eye: they are poems written out loud.” [Queste mie nuove poesie hanno una sola cosa in comune. Sono state tutte scritte alle quattro del mattino – quell’ora calma, blu, quasi eterna, prima del canto del gallo, prima del pianto dei bambini, prima della vitrea musica del lattaio, che distribuisce le sue bottiglie. Se hanno qualcos’altro in comune, forse è il fatto che siano state scritte per l’orecchio e non per l’occhio: sono poesie scritte ad alta voce.]

    La mia copia. Ariel: The Restored Edition, Harper Collins.


    Nell’estratto dell’introduzione di questa nuova versione restaurata, potete approfondire un po’ le differenze con le versioni precedenti e leggere il sempre obiettivo ed imparziale punto di vista di Frieda Hughes, cosa che io personalmente trovo impagabile.

    AN EXCERPT FROM THE FOREWORD BY FRIEDA HUGHES:UN ESTRATTO DALLA PREFAZIONE DI FRIEDA HUGHES:
    «This edition of Ariel by my mother, Sylvia Plath, exactly follows the arrangement of her last manuscript as she left it. As her daughter I can only approach it, and its divergence from the first United Kingdom publication of Ariel in 1965 and subsequent United States publication in 1966, both edited by my father, Ted Hughes, from the purely personal perspective of its history within my family.
    When she committed suicide on February 11, 1963, my mother left a black spring binder on her desk, containing a manuscript of forty poems. (…)
    The first cleanly typed page of the manuscript gives the title of the collection as “Ariel and other poems”. On the two sheets that follow, alternative titles had been tried out, each title scored out in turn and a replacement handwritten above it. On one sheet the title was altered from The Rival to A Birthday Present to Daddy. On the other, the title changed from The Rival to The Rabbit Catcher to A Birthday Present to Daddy. These new title poems are in chronological order (July 1961, May 1962, September 1962, and October 1962) and give an idea of earlier possible dates of her rearrangement of the working manuscript.
    When Ariel was first published, edited by my father, it was a somewhat different collection from the manuscript my mother left behind. My father had roughly followed the order of my mother’s contents list, taking twelve poems out of the US publication, and thirteen out of the UK publication. He replaced these with ten selected for the UK edition, and twelve selected for the US edition. These he chose from the nineteen very late poems written after mid-November 1962, and three earlier poems. (…)My father left out some of the more lacerating poems. “Lesbos,” for instance, though published in the US version of Ariel, was taken out of the British edition, as the couple so wickedly depicted in it lived in Cornwall and would have been much offended by its publication. “Stopped Dead,” referring to my father’s uncle Walter, was dropped. Some he might otherwise have taken out had been published in periodicals and were already well known. Other omissions—“Magi” and “Barren Woman,” for instance, both from the transitional poems—he simply considered weaker than their replacements. One of the five bee poems, “The Swarm,” was originally included in my mother’s contents list, but with brackets around it, and the poem itself was not included in her manuscript of forty poems. My father reinstated it in the US edition.
    The poems of the original manuscript my father left out were: “The Rabbit Catcher,” “Thalidomide,” “Barren Woman,” “A Secret,” “The Jailor,” “The Detective,” “Magi,” “The Other,” “Stopped Dead,” “The Courage of Shutting-Up,” “Purdah”, “Amnesiac.” (Though included in the 1966 US version, “Lesbos” was kept out of the 1965 UK edition.)
    The poems he put into the edited manuscript for publication were: “The Swarm” and “Mary’s Song” (only in the US. edition), “Sheep in Fog,” “The Hanging Man,” “Little Fugue,” “Years,” “The Munich Mannequins”, “Totem”, “Paralytic”, “Balloons”, “Poppies In July”, “Kindness”, “Contusion”, “Edge”, and “Words”. (…) It appeared to me that my father’s editing of Ariel was seen to “interfere” with the sanctity of my mother’s suicide, as if, like some deity, everything associated with her must be enshrined and preserved as miraculous. For me, as her daughter, everything associated with her was miraculous, but that was because my father made it appear so, even playing me a record of my mother reading her poetry so I could hear her voice again. It was many years before I discovered my mother had a ferocious temper and a jealous streak, in contrast to my father’s more temperate and optimistic nature, and that she had on two occasions destroyed my father’s work, once by ripping it up and once by burning it. I’d been aghast that my perfect image of her, attached to my last memories, was so unbalanced. But my mother, inasmuch as she was an exceptional poet, was also a human being and I found comfort in restoring the balance; it made sense of her for me. The outbursts were the exception, not the rule. Life at home was generally quiet, and my parents’ relationship was hardworking and companionable. However, as her daughter, I needed to know the truth of my mother’s nature—as I did my father’s —since it was to help me understand my own.
    (…) When she died leaving Ariel as her last book, she was caught in the act of revenge, in a voice that had been honed and practiced for years, latterly with the help of my father. Though he became a victim of it, ultimately he did not shy away from its mastery.
    This new, restored edition is my mother in that moment. It is the basis for the published Ariel, edited by my father. Each version has its own significance though the two histories are one.
    ~ Frieda Hughes

    «Quest’edizione di Ariel di mia madre, Sylvia Plath, segue esattamente la disposizione del suo ultimo manoscritto così come l’aveva lasciato. Essendo sua figlia posso solo approcciarmi ad esso e alla sua divergenza dalla prima pubblicazione nel Regno Unito nel 1965 e dalla successiva pubblicazione negli Stati Uniti nel 1966, entrambe curate da mio padre, Ted Hughes, dal punto di vista puramente personale della sua storia all’interno della mia famiglia.
    Quando si suicidò l’11 febbraio 1963, mia madre lasciò sulla sua scrivania un raccoglitore con le molle nero, contenente un manoscritto di quaranta poesie. (…)
    La prima pagina del manoscritto senza cancellature dà come titolo alla raccolta “Ariel e altre poesie”. Sui due fogli seguenti, sono stati provati titoli alternativi, ogni titolo è stato tagliato a sua volta e sostituito scrivendo a mano sopra di esso. Su un foglio il titolo è stato modificato da The Rival in A Birthday Present in Daddy. In un altro, il titolo è stato cambiato da The Rival in The Rabbit Catcher poi in A Birthday Present infine in Daddy. Queste nuove poesie dei titoli di prova sono in ordine cronologico (luglio 1961, maggio 1962, settembre 1962 e ottobre 1962) e danno un’idea delle precedenti possibili date della sua riorganizzazione del manoscritto corretto.Quando Ariel fu pubblicato per la prima volta, a cura di mio padre, era una raccolta in qualche modo diversa dal manoscritto che mia madre si era lasciata alle spalle. Mio padre aveva seguito all’incirca l’ordine dell’elenco dei contenuti di mia madre, togliendo dodici poesie dalla pubblicazione americana e tredici dalla pubblicazione britannica. Ha sostituito queste con dieci poesie selezionate da lui per l’edizione britannica e dodici per quella statunitense. Le ha scelte tra diciannove sue poesie successive scritte dopo la metà del novembre 1962 e tre poesie precedenti. (…)
    Mio padre ha lasciato fuori alcune delle poesie più laceranti. “Lesbo”, ad esempio, sebbene pubblicato nella versione americana di Ariel, è stata rimossa dall’edizione britannica, poiché la coppia così malvagiamente rappresentata viveva in Cornovaglia e sarebbe stata molto offesa dalla sua pubblicazione. “Stopped Dead”, riferendosi allo zio di mio padre Walter, è stata estromessa. Alcune che avrebbe altrimenti eliminato erano già state pubblicate su periodici ed erano quindi ben note. Altre omissioni – “Magi” e “Barren Woman”, per esempio, entrambe provenienti dalle poesie di transizione – le considerava semplicemente più deboli di quelle con cui le ha sostituite. Una delle cinque poesie sulle api, “The Swarm”, era originariamente inclusa nell’elenco dei contenuti di mia madre, ma con le parentesi attorno, e non era inclusa nel suo manoscritto finale di quaranta poesie. Mio padre l’ha ripristinata nell’edizione americana.
    Le poesie del manoscritto originale che mio padre aveva lasciato fuori erano: “The Rabbit Catcher”, “Thalidomide”, “Barren Woman”, “A Secret”, “The Jailor”, “The Detective”, “Magi”, “The Other”, “Stopped Dead”, “The Courage of Shutting-Up”, “Purdah” e “Amnesiac”. (Sebbene inclusa nella versione americana del 1966, “Lesbo” è stata tenuta fuori dall’edizione britannica 1965.)
    Le poesie che invece inserì nel manoscritto edito erano: “The Swarm” e “Mary’s Song” (solo nell’edizione americana), “Sheep in Fog”, “The Hanging Man”, “Little Fugue”, “Years”, “The Munich Mannequins”,”Totem”,” Paralytic”, “Balloons”, “Poppies In July “,”Kindness”,”Contusion”,”Edge” e “Words”. (…) Mi è sembrato che il riadattamento di Ariel di mio padre fosse visto come un’ “interferenza” con la santità del suicidio di mia madre, come se, quasi una divinità, tutto ciò che le era associato dovesse essere consacrato e preservato come miracoloso. Per me, come sua figlia, tutto ciò che le era associato era miracoloso, ma lo è stato perché mio padre lo faceva apparire così, facendomi ascoltare anche una registrazione di mia madre che leggeva le sue poesie in modo che potessi sentire di nuovo la sua voce. Passarono molti anni prima che capissi che mia madre avesse anche un carattere feroce e geloso, in contrasto con la natura più mite e ottimista di mio padre, e che in due occasioni aveva distrutto il lavoro di mio padre, una volta strappandolo e un’altra bruciandolo. Ero sbalordita dal fatto che la mia immagine perfetta di lei, legata ai miei ultimi ricordi, fosse così squilibrata. Ma mia madre, per quanto fosse una poetessa eccezionale, era anche un essere umano e ho trovato conforto nel ristabilire l’equilibrio; era comprensibile. Gli eccessi erano l’eccezione, non la regola. La vita a casa era generalmente tranquilla e la relazione dei miei genitori era laboriosa e socievole. Tuttavia, come figlia, avevo bisogno di conoscere la verità sulla natura di mia madre – così come con quella di mio padre – dato che mi ha aiutato a capire la mia.
    (…) Quando morì lasciando Ariel come ultimo libro, fu colta in un atto di vendetta, con una voce che era stata affinata e praticata per anni, in ultimo con l’aiuto di mio padre. Sebbene ne sia diventato vittima, alla fine non si è tirato indietro davanti alla sua abilità.
    Questa nuova edizione restaurata rappresenta mia madre in quel momento. È la base per Ariel che è stato pubblicato, curato da mio padre. Ogni versione ha il suo significato anche se le due storie sono una sola.
    ~Frieda Hughes
    Traduzione di Donatella Marcatajo
    Ariel – The Restored Edition: A Facsimile of Plath’s manuscript, Reinstating her original selection and arrangement.

    La raccolta completa di Ariel in italiano non esiste, né la versione rimaneggiata di Hughes né quella ripristinata.
    Nel corso degli anni sono state pubblicate diverse “selezioni” con un tot di poesie, ma mai un’edizione completa. L’unica possibilità di leggerle in italiano si trova nelle raccolte con tutte le poesie di Sylvia Plath, ad esempio nei Meridiani Mondadori o nella nuova riedizione di Tutte Le Poesie della Mondadori, in entrambi i casi tradotte da Anna Ravano, che potete trovare in vendita un po’ ovunque nei diversi siti online (Mondadori, Feltrinelli, Ibs, Amazon, ecc.) e talvolta anche qualche copia usata su ebay o Libraccio.

    ~ Donatella

    Fonti dell’articolo:
    The Letters of Sylvia Plath, Volume II: 1956-1963;
    Sylvia Plath Info
    Ariel: The Restored Edition – Harper Collins
    Ariel: The Restored Edition – Faber & Faber

    Tutte le traduzioni su questo blog sono a cura di Donatella Marcatajo, founder di Sylvia Plath Italy, che non ne consente la diffusione senza citare SPI né la commercializzazione.

  • Following Her Steps… parte I – Heptonstall

    Nell’agosto del 2018 ho compiuto uno dei viaggi più belli della mia vita. Desideravo da tantissimo tempo poter visitare il West Yorkshire e per il nostro decimo anniversario ci siamo regalati (mi ha regalato, dovrei dire, visto cosa gli ho fatto passare) quest’avventura. Mai avrei pensato che un viaggio avrebbe cambiato la mia vita così profondamente.

    Sin da ragazzina avevo una passione smodata per le sorelle Brontë, Emily in particolare, che mi ha portata a collezionare negli anni varie edizioni di Wuthering Heights, il mio romanzo preferito, cominciando da quello che aveva letto mio padre da ragazzo. Ho conosciuto le ventose brughiere dello Yorkshire tramite le sue parole e ho iniziato a sognare di poter sfiorare anch’io l’erica che tanto amava.
    Sognavo questo viaggio da molto prima di conoscere Sylvia Plath, molto prima di sapere che Emily Brontë sarebbe stata il tramite che mi avrebbe portata a lei.
    Ho incontrato Sylvia diversi anni fa tramite la poesia che scrisse intitolata proprio Wuthering Heights: qualcuno l’aveva pubblicata su un blog e io ne sono rimasta rapita. L’ho conosciuta così, con una passione in comune per le sorelle Brontë. La vita è una concatenazione di eventi incredibili. Poco tempo dopo ho letto La Campana di Vetro, poi i suoi Diari e le sue poesie e ho iniziato ad appassionarmi sempre di più a lei, scoprendo il suo segreto mondo sepolto. Nel frattempo, la mia vita, come l’avevo conosciuta fino a quel momento, si sbriciolava, andando letteralmente in frantumi ed io non sapevo come rimettere insieme qualcosa che aveva perso pezzi.

    Ho sentito dire a tanti che non consiglierebbero la lettura di Sylvia Plath se soffri di depressione, che le sue parole non ti farebbero più alzare dal letto, che ti trascinerebbe nel suo vortice. Penso che chi dica una tale sciocchezza non abbia capito nulla di Sylvia Plath.
    Sylvia Plath era una creatura meravigliosa, con un entusiasmo unico per la vita, che viveva le emozioni al limite dell’intensità, nel bene e nel male. Identificarla solo con il suo suicidio o con la depressione di cui ha sofferto per diversi periodi della sua vita fa uno sgarbo a lei e a tutti coloro che, loro malgrado, hanno convissuto con essa. La depressione è una malattia subdola, ma non è trasmissibile o contagiosa: così come non si guarisce perché qualcuno dall’alto del suo scranno ti dice “la vita va avanti” o “ci sono persone con problemi più gravi”, nessuno può trascinarti nemmeno nel suo vortice depressivo, di solito non c’è altro spazio che per il tuo di abisso. Al contrario, conoscere l’intimità di qualcun altro con le tue stesse sofferenze ti fa comprendere e sentire compreso, ti fa smettere di vergognarti e sentirti sbagliato e ti da una motivazione, perché la depressione è uno stato d’animo represso, sottostimato ed ignorato dalla maggior parte delle persone.
    Nella mia vita lei è entrata nello squarcio più profondo e vulnerabile che avessi mai avuto fino ad allora e lo ha rattoppato. Talvolta, anche chi non è riuscito a salvare se stesso, può salvare qualcun altro…

    Keighley

    Due settimane prima di partire per quel viaggio nello Yorkshire avevo perso un’altra delle colonne portanti della mia vita dopo una lunga e straziante malattia e desideravo solo ricevere qualcosa di bello da questa vita: avevo un bisogno vitale di segnali positivi.
    È stato un viaggio lungo: prima ore in aereo per arrivare a Manchester, poi in treno per arrivare a Leeds e infine in autobus per giungere a Keighley, il paesino dove soggiornavamo. Il primo giorno partiamo subito alla volta di Heptonstall.
    Nello Yorkshire ci muovevamo costantemente con i bus che collegano tutti i meravigliosi paesini circostanti e molto spesso anche a piedi. Per giungere ad Heptonstall si arriva nel paese di Hebden Bridge, che come suggerisce il nome è attraversato da un fiume, il Calder, e da tanti ponti particolari. Da lì, ci si dirige verso un sentiero acciottolato da percorrere a piedi, il sentiero più ripido che abbia mai visto, il Cobble Hill Path.

    Il sentiero si snoda fra fitta boscaglia e rocce e gradoni coperti di muschio e quando si arriva in alto la vista è stupenda. Arrivati ad Heptonstall, incontriamo un paio di gatti sornioni dolcissimi: uno rosso che sonnecchiava in un’aiuola e uno nero che si aggirava fra muretti rocciosi, e riprendiamo fiato assaggiando i nostri primi scones inglesi.

    Poi, ci ritroviamo di fronte alla vecchia chiesa, St. Thomas à Becket, che risale al 1200 ma che venne distrutta nel 1847 restando ad oggi solo un affascinante rudere.

    La nuova chiesa, St. Thomas the apostle, dove si svolse il funerale di SP il 18 febbraio 1963, si trova poco più in là ed è alle spalle della chiesa che si scorge quello che viene chiamato New Graveyard, la parte più recente del cimitero in cui è sepolta Sylvia.

    Potrebbe non essere facile trovarla inizialmente, niente indica il cimitero né la sua tomba, ma io, come ho detto sono in cerca disperata di segni, e lascio che il vento mi porti a lei. Il tempo in Inghilterra è tradizionalmente mutevole, ma mai come quel giorno ne ho avuto prova. Poco prima era soleggiato, dopo esser passata davanti alla chiesa, adesso si è alzato un vento particolarmente fresco per una giornata d’agosto da cui mi sento letteralmente sospinta. Entro, guidata da non so bene cosa, in un’altra zona del cimitero e addentrandomi fra le tombe, trovo la sua, la riconosco da lontano, sapevo che era lì.
    All’improvviso, una simpatica figura sorridente mi si staglia davanti chiedendomi se sto cercando Sylvia Plath. Lo guardo incredula, rispondendogli di sì e lui mi accompagna davanti alla sua tomba e mi lascia sola con lei. Nonostante le mie immediate fantasticherie sul fatto che potesse trattarsi di un fantasma mandato lì a guidarmi, è spuntato fuori che fosse in realtà il guardiano “non ufficiale” del cimitero che si prende cura della tomba di Sylvia da decenni. Mi mostra una grossa agenda in cui ci sono tantissime foto scattate da lui di persone provenienti da tutto il mondo, molti gli americani, tende a sottolineare. Sì, perché la tomba di Sylvia è ormai da tantissimi anni luogo di pellegrinaggio giornaliero di suoi fans, che contano fra gli altri anche personaggi famosi come Patti Smith che ha visitato Heptonstall nell’estate del 2012.

    Ci accompagna a vedere la tomba di un’altra americana che riposa nel cimitero come Sylvia, un’altra poetessa come Sylvia, Asa Benveniste, la cui epigrafe dice “Foolish Enough to Have Been a Poet” (Folle abbastanza da essere stata una poetessa). Presa dall’emozione, dimentico il nome del guardiano, che ritrovo però anni dopo in foto di altri Plath-fans, e scopro che si chiama Stuart Burn ed è un nativo di Heptonstall, uno dei pochi che ancora risiede lì, e che conosceva i genitori di Ted Hughes, i quali sono sepolti nello stesso cimitero di SP. Fonte
    Ancora una volta penso a quanto la vita sia un misterioso garbuglio di fili che con tempo e pazienza riesci a sbrogliare, mettendo insieme i pezzi di un puzzle gigantesco e meraviglioso.

    Rimasta sola davanti alla tomba di Sylvia, il vento si è placato ed io non riesco più a trattenere le lacrime. Mi ritrovo davanti al suo nome inciso sulla fredda pietra: “Sylvia Plath Hughes“, lo sfioro con le dita, la scritta “Hughes” è un po’ grattata, più chiara delle altre lettere, ma è leggibile. Spesso nelle foto si vedono tantissime penne conficcate nella terra davanti alla lapide, ma quel giorno non ce n’erano. Doveva esserci stato un matrimonio o qualcosa del genere, invece, perché qualcuno aveva lasciato sulla terra dei coriandoli a forma di cuore, che erano sparpagliati ovunque davanti alla chiesa. C’erano anche delle monete, qualche piantina di violetta e rosellina e altri fiori a me sconosciuti, un papavero giallo reciso e lasciato lì. Tocco la terra, le pietre intorno, i fili d’erba spontanea, e mi sento a casa. Per la prima volta, in quei giorni, dopo anni laceranti, mi sento in pace.

    Non ho idea di quanto tempo abbia passato lì, seduta accanto alla sua tomba. Dopo un po’ sento approcciarsi un’altra figura, gli lascio il posto vicino a Sylvia, ma lui rimane lì davanti a guardare semplicemente la lapide e, non so come, ci ritroviamo a parlare di lei. Ha l’aspetto di un professore, o almeno così pare a me: un uomo distinto, con barba e capelli imbiancati che dovevano esser stati chiari, degli occhiali e un completo beige. Noto che tiene un libro di poesie di Sylvia sottobraccio, anche lui si trova lì per lei, e mi confessa che secondo lui la poesia perfetta fra le sue da recitare lì davanti alla sua tomba è “Love Letter“. Mi porge il libro ed io la leggo.

    Not easy to state the change you made.
    If I’m alive now, then I was dead,
    Though, like a stone, unbothered by it,
    Staying put according to habit.
    You didn’t just tow me an inch, no-
    Nor leave me to set my small bald eye
    Skyward again, without hope, of course,
    Of apprehending blueness, or stars.

    That wasn’t it. I slept, say: a snake
    Masked among black rocks as a black rock
    In the white hiatus of winter-
    Like my neighbors, taking no pleasure
    In the million perfectly-chisled
    Cheeks alighting each moment to melt
    My cheeks of basalt. They turned to tears,
    Angels weeping over dull natures,
    But didn’t convince me. Those tears froze.
    Each dead head had a visor of ice.

    And I slept on like a bent finger.
    The first thing I saw was sheer air
    And the locked drops rising in dew
    Limpid as spirits. Many stones lay
    Dense and expressionless round about.
    I didn’t know what to make of it.
    I shone, mice-scaled, and unfolded
    To pour myself out like a fluid
    Among bird feet and the stems of plants.
    I wasn’t fooled. I knew you at once.

    Tree and stone glittered, without shadows.
    My finger-length grew lucent as glass.
    I started to bud like a March twig:
    An arm and a leg, and arm, a leg.
    From stone to cloud, so I ascended.
    Now I resemble a sort of god
    Floating through the air in my soul-shift
    Pure as a pane of ice. It’s a gift.

    16 October 1960
    Non è facile esprimere il cambiamento che operasti.
    Se sono viva adesso, allora ero morta,
    Anche se, come una pietra, non me ne preoccupavo,
    Rimanendo lì ferma per abitudine.
    Non mi hai semplicemente spostata di qualche centimetro, no-
    Né hai lasciato che il mio piccolo occhio cavo fissasse
    Di nuovo il cielo, senza speranza, ovviamente,
    Di comprendere il suo azzurro, o le stelle.

    Non fu quello. Ho dormito, diciamo: un serpente
    Camuffato da sasso nero in mezzo a sassi neri
    Nel bianco riposo invernale-
    Come i miei vicini, senza provare alcun piacere
    Nel milione perfettamente cesellato di
    Guance che si posavano ogni attimo per sciogliere
    La mia guancia di basalto. Si trasformavano in lacrime,
    Angeli piangenti su nature sbiadite,
    Ma non mi convincevano. Quelle lacrime si congelavano.
    Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.

    Ed io continuavo a dormire come un dito ricurvo.
    La prima cosa che vidi fu l’aria pura
    E le gocce bloccate che si levavano in rugiada
    Limpide come spiriti. Molte pietre giacevano intorno
    Dense e inespressive.
    Non sapevo cosa farmene.
    Brillavo, come scaglie di mica, e mi dispiegai
    Per riversarmi come un fluido
    Tra le zampe degli uccelli e gli steli delle piante.
    Non mi ero ingannata. Ti riconobbi subito.

    Albero e pietra luccicavano, senza ombre.
    La mia breve lunghezza divenne lucente come vetro.
    Iniziai a germogliare come un ramoscello di marzo:
    Un braccio e una gamba, e un braccio, una gamba.
    Da pietra a nuvola, così sono ascesa.
    Ora assomiglio ad una specie di dio
    E fluttuo nell’aria nella mia veste d’anima
    Pura come una lastra di ghiaccio. È un dono.

    16 Ottobre 1960
    Traduzione di Donatella Marcatajo.

    Ha ragione, è perfetta. Trattengo a stento le lacrime leggendola dinanzi a lei.
    A dispetto della mia natura timida e riservata, mi ritrovo lì ad intavolare una conversazione improvvisata con uno sconosciuto su quanto Sylvia fosse piena di vita, nonostante ne stiamo parlando davanti al suo ultimo posto terreno.
    Lui accenna alla querelle fra Hughes e le femministe che si ostinavano a cancellare il suo cognome dalla lapide di Sylvia e mi dice che dopo aver letto le sue lettere (The Birthday Letters) non è più riuscito a pensarla come prima. Anche una parte di quelle femministe deve averla pensata come lui perché a quanto pare da allora il suo cognome è stato lasciato in pace. Spero in qualche modo che entrambi riposino finalmente in pace.

    Sta tramontando. Quanto tempo siamo stati qui? Anche se non vorrei lasciarla, è arrivato il momento di andare.
    Sposto una pietra, scavo con un dito nella terra asciutta e sotterro un piccolo foglietto ripiegato con una lettera per lei. Mi chiedo spesso se la pioggia della settimana successiva l’abbia distrutta o se invece il guardiano l’abbia raccolta e messa in mezzo ai suoi memoirs dell’agenda.
    Saluto Sylvia Plath sapendo che un pezzo della mia anima sarebbe rimasto lì con lei per sempre. Giro le spalle al tramonto e vado via.

    ~ Donatella

    Tutte le foto presenti su questo post sono sotto stretto copyright di Donatella Marcatajo © Sylvia Plath Italy, è vietato prenderle senza permesso dell’autrice o alterarle.

    A proposito di “segni” seguendo i passi di Sylvia nello Yorkshire, è interessante leggere anche il viaggio di Karen V. Kukil, la curatrice delle collezioni speciali dello Smith College, grande studiosa di SP. leggetelo qui.

  • Il Lamento della Regina di Leonetta Bentivoglio
    Burano, 2019, foto di Donatella Marcatajo

    La scorsa estate, passeggiando fra le stradine dell’isola di Burano, lessi questo breve saggio di Leonetta Bentivoglio su Sylvia Plath, intitolato Il Lamento della Regina. Tutte le volte che visito un posto nuovo, devo portarmi dietro un libro per riuscire a fare una foto che immortali quel momento e lo fissi nella memoria. Oggi che siamo ancora costretti a restare a casa, mi piace ricordare quei momenti e sogno il giorno in cui rivedrò brulicante di persone la mia bella Venezia che mi ha adottato un anno fa.
    Quella era la prima volta che prendevo un affollato vaporetto per raggiungere Burano e perdendomi fra coloratissime case e ponticelli, mi sono imbattuta in questo scorcio dove il rosa era dominante come la copertina del libro.

    Nei saggi e nelle biografie mi piace sempre partire con il parlare di chi le ha scritte, la prima domanda che a me sorge sempre spontanea è sapere chi è l’autore. Quindi, chi è Leonetta Bentivoglio? È una saggista e giornalista italiana che scrive da molti anni per la testata di arte e cultura de La Repubblica, appassionata di teatro e danza, ha curato la monografia di Pina Bausch, personaggio che cita anche in questo saggio menzionando Il Lamento dell’Imperatrice, film da lei diretto, facendone una personale comparazione con la Plath.

    Il titolo del libro è ispirato ad una poesia che Sylvia scrisse nel 1956, ma che venne pubblicata postuma nel ’69, intitolata, appunto, The Queen’s Complaint. Inizialmente l’aveva inviata in una lettera a sua madre intitolandola “Complaint of the Crazed Queen“, poi aveva pensato a “Mad Queen’s Song” (il riferimento all’altra sua poesia Mad Girl’s Love Song è palese) e infine decise per Il Lamento della Regina. Potete leggerla qui.
    La Bentivoglio la descrive come un componimento simile ad una fiaba con tinte fosche, cupe, a tratti erotiche e sanguinose. Degna dei fratelli Grimm, aggiungerei io.

    SP bambina con la madre Aurelia

    Il saggio conta veramente pochissime pagine, ma il libro è arricchito da bellissime foto in bianco e nero di Sylvia (alcune veramente poco note e diffuse sul web), delle citazioni tratte dai suoi Diari e dalle sue poesie nelle pagine finali e un elenco ben curato della bibliografia critica e delle produzioni musicali e teatrali recenti dedicate alla Plath. Nel saggio, la Bentivoglio tratta le tematiche che per lei sono le più caratteristiche della vita e dell’opera di Sylvia, suddividendo, quindi, l’intero scritto in brevi categorie quali Morte, Poesia, Sesso, Marito, Invidia, Strega, Madre, Padre, Animali, Colori, La Madre Sono Io, La Campana di Vetro e Ariel, e analizzandola per fasi, accompagnando spesso le sue riflessioni con citazioni di poesie e brani dei Diari.

    In lei la fascinazione per la morte è ritornante come un trait d’union senza soluzione di continuità. (…) La morte è un approdo fondamentale per Sylvia che la raggiunge attraverso un rito strutturato.”

    “Se nella vita Sylvia è una ragazza di vetro, nella poesia ha una solidità d’acciaio. L’opera viene alimentata dal demone che l’accompagna e che la rende dissimile dagli altri. Il resto – la vita – è vanità, egoismo, tristezza. I rapporti affettivi hanno bisogno di consuetudini che Plath non riesce a stabilire. Prova, si affanna, è maldestra. A volte, si autoinganna, costruendosi addosso l’armatura di una ragazza comune. Una speranza di uscire dall’esilio un cui è stata rilegata dal suo demone.”

    Nel capitolo dedicato al Marito, la Bentivoglio è freddamente dura con Ted. Chiunque si imbatta in Sylvia Plath, sa dell’eterna diatriba sul ruolo di Hughes nella sua vita e nella sua morte. Anche in questo caso si va per eccessi: dal gruppo di femministe che vandalizzò la tomba di Sylvia “scorticando” il nome di Hughes per eliminarlo dalla sua intestazione, ergendolo come assassino, plagiatore, uomo violento e istigatore al suicidio delle donne che lo amavano, e a chi ne fa una santa vittima dell’insanità delle suddette donne come nella biografia di Anne Stevenson “Bitter Fame – Vita di SP” (scritta a quattro mani con la sorella Olwyn Hughes) e alla biografia romanzata di Connie Palmen, “Tu L’hai Detto“. Ma questo lo approfondiremo un’altra volta. Al momento, penso di essere fondamentalmente in linea con il pensiero della Bentivoglio:

    “A una donna fissata con l’eccellenza può piacere solo un uomo geniale. E lui (Ted Hughes) lo è. Di questo, all’inizio, Plath è convinta fortemente. Perciò scatena le sue proiezioni. Lei e Ted potranno scrivere nello stesso habitat le rispettive poesie e sostenersi a vicenda. Dall’incontro delle loro menti, delle loro anime e dei loro corpi nascerà la’famiglia perfetta’. (…) Si può accusare Sylvia di aver creduto nell’amore? Di aver coltivato fantasie sul gioco di sponda tra due artisti che progettano di vivere e creare insieme? (…) Poi Sylvia lo dissolve. La maggior parte della fama di Ted dipenderà dall’essere stato “Suo Marito” (cita la biografia di Diane Middlebrook).

    “Non si capisce come abbia potuto galleggiare in tante catastrofi continuando a scrivere, a lavorare e firmare le curatele dei testi di Sylvia. E riguardo all’adulterio sarebbe assurdo fargliene una colpa, perché è facile innamorarsi con violenza di una donna più stupida e vuota della prima. Se poi la prima è un vulcano visionario come Plath, la fuga è ancora più comprensibile. Ciascuno tenta a suo modo di salvarsi dall’eccesso.”

    Poi, evidenzia in sequenza il rapporto con la madre Aurelia Plath, saggiamente definito ambiguo e sconcordante; la figura del padre Otto Plath che spesso nelle sue opere si mischia con le proiezioni di Hughes (ne sono un esempio, le poesie Daddy e The Colossus); e l’amica-rivale Anne Sexton che conosce al corso di Robert Lowell e di cui invidia puramente la facilità di scrittura di getto.

    “Il demone o la strega agita il sostrato mitico di Sylvia. Il demone o la strega o il doppio. L’altro, la proiezione, l’ombra. (…) Come Emily Dickinson e come l’amica-rivale Anne Sexton, Plath sancisce la propria appartenenza a un lunga tradizione di dissidenza praticata da donne culturalmente eretiche tramite la stregoneria.”

    Sylvia Plath e Anne Sexton

    Fra le ambiguità di Sylvia è sempre importante menzionare quella del ruolo della maternità e anche qui la Bentivoglio sottolinea come una parte di lei amasse i figli, e persino cucinare ed occuparsi della casa, come spesso menzionato nei suoi Diari, ma, nel contempo, di come i bambini siano anche un “fastidio” ed un ostacolo quando si viene abbandonati alla loro cura esclusiva. Si sa che Sylvia scrisse quasi tutte le poesie di Ariel ogni notte dalle 4 alle 7 del mattino, orario in cui i bambini si svegliavano.

    Personalmente trovo questo scritto un’analisi lucida e spassionata e sono d’accordo in gran parte con le sue riflessioni, l’unica cosa che mi ha destabilizzata un po’ è stato nel parlare della prosa di Sylvia. Parlando de La Campana di Vetro e dei racconti brevi di SP, la Bentivoglio afferma che “il lavoro in prosa di Sylvia non è mai grande letteratura. TBJ è un romanzo modesto ed impregnato eccessivamente di autobiografia. Alcuni brevi testi in prosa hanno il medesimo problema.” La grandezza di Sylvia sta proprio nell’essere riuscita a trasformare eventi della sua vita in opere, è un atto di grande coraggio riuscire a mettersi a nudo così come ha fatto lei, secondo la mia opinione. Penso ai numerosi flussi di coscienza straordinari de La Campana di Vetro, penso a racconti come Ocean 1212-W o Jhonny Panic and The Bible of Dreams o Mary Ventura and The Ninth Kingdom e per me non si può definirli in questo modo. Conservano le metafore delle sue poesie con la palesanza della prosa, con la verità della sua vita, mentre le poesie sono quasi sempre criptiche, mischiano eventi e personaggi esistenti nella sua vita con altre figure poetiche, depistandoci spesso dai significati reali, nascondendoli. In queste ultime mantiene di più il riserbo, infarcendolo di maschere e filtri, è solo nelle poesie di Ariel che finalmente lascia andare ogni freno. In un passo dei suoi Diari affermava: “La poesia è un’evasione dal vero lavoro di scrivere in prosa“. Ambiva spesso ad essere una romanziera capace di inventare storie emozionanti e fantasiose, ma questo forse era proprio parte dei suoi freni: è mio parere pensare che nel momento in cui ha capito di dover attingere alla sua vita interiore per l’ispirazione che cercava al di fuori di sé, sia riuscita a creare la sua leggenda personale.

    Ciò che più apprezzo di questo saggio è la visione poco comune del “dono” di Sylvia come un demone o una strega, che la trascina, suo malgrado, verso la realizzazione della leggenda, che la spinge a creare i suoi capolavori, risucchiandole però la vita.

    Il demone l’ha catturata per intero, permettendole di coincidere con la Grande Poetessa che pensava di diventare sin da ragazzina. Scrive (Ariel) come in preda al delirio, sembra posseduta da un incantesimo. La strega trionfa, sottraendola alla ragazza invidiosa dei Diari. Sylvia entra a passi da gigante nel proprio maleficio. In Ariel Sylvia si stacca da tutto. Affronta lontananze indescrivibili. Entra nella compiutezza della propria vocazione.”

    ~ Donatella

    Brani tratti da Sylvia Plath – Il Lamento della Regina a cura di Leonetta Bentivoglio, edizioni Clichy, anno 2017-2018.
    Per approfondimento: Intervista a Leonetta Bentivoglio

  • Gli ultimi giorni di Sylvia Plath raccontati da Jillian Becker

    È ancora tremendamente difficile riuscire a ricostruire gli ultimi giorni di Sylvia Plath, in tanti, fra studiosi e amici e parenti della famiglia Plath-Hughes, hanno tentato negli anni di ricostruire quegli ultimi momenti. Con nuovo materiale si aprono sempre nuovi spiragli nella speranza di tracciare ancora una volta la sua storia, come nel caso dell’ultimo libro uscito proprio a marzo di quest’anno di Carl E. Rollyson che non vedo l’ora di leggere,The Last Days Of Sylvia Plath. Rollyson è un grande biografo e già autore di un altro libro su Sylvia, The American Isis (che ho in lettura proprio in questo momento). Per quanto ci sforzeremo, però, quasi certamente non riusciremo mai davvero a capire cosa successe quella notte fra il 10 e l’11 febbraio 1963 nell’anima tormentata di Sylvia, possiamo solo affidarci ai racconti degli ultimi che la videro in vita e Jillian Becker fu una di quelli.

    Probabilmente vi starete chiedendo per prima cosa chi è Jillian Becker.
    Era una conoscente di Sylvia, scrittrice, giornalista e ricercatrice internazionale in materia di terrorismo, lei ed il marito Gerry la ospitarono il weekend precedente a quel giorno maledetto, e a giugno festeggerà i suoi 88 anni, la stessa età che avrebbe Sylvia oggi.
    Nel 2002 diede alle stampe i suoi memoir riguardanti quei famosi ultimi giorni di Sylvia Plath, mettendo in luce degli aspetti che fino a quel momento non erano chiari o erano stati persino mistificati: la Becker contestò molti biografi della Plath e persino il film del 2003 di Christine Jeffs, “SYLVIA“, per non aver dato un’immagine veritiera della scrittrice.

    Il film del 2003 con Gwyneth Paltrow e Daniel Craig che interpretano Sylvia e Ted.

    Vi traduco di seguito un’intervista rilasciata dalla Becker alla BBC: è un po’ un sunto del suo libro, nonché un riassunto in breve di ciò che accadde quei fatidici giorni, e che poi l’autrice racconta più dettagliatamente nel libro.

    Nel febbraio del 1963, la poetessa americana Sylvia Plath si uccise nel suo appartamento a Londra. Plath stava lottando per far fronte alla separazione da suo marito, Ted Hughes. Durante gli ultimi mesi della sua vita, Plath è diventata amica della scrittrice Jillian Becker – questo è il racconto di Becker dei loro ultimi giorni insieme.

    “In un pomeriggio gelido nel febbraio del 1963, Sylvia arrivò con i suoi figli, Frieda e Nick, a casa mia a Mountfort Crescent, vicino a Barnsbury Square a Islington. Aveva chiamato per chiedere se poteva venire, quindi li aspettavo. Non appena entrata, disse che avrebbe voluto sdraiarsi un po’. Non era una sorpresa per me. Si sentiva evidentemente giù, ancor più dei cinque mesi o poco più in cui l’avevo conosciuta.
    L’avevo incontrata nel settembre del 1962, poco dopo la fine del suo matrimonio con Ted Hughes.
    Mi dispiaceva per lei. Ammiravo e invidiavo il suo talento. Il periodo vissuto assieme non era stato dei più allegri, ma mi piaceva la sua compagnia.
    Mi aveva regalato una copia firmata del suo libro di poesie, “Il Colosso”, e avevamo parlato di poesia e molte altre cose.
    La feci andare di sopra nella stanza di mia figlia maggiore. Mio marito Gerry si stava riprendendo da una brutta influenza nella nostra camera da letto. Portai i bambini a giocare con la mia figlia più piccola, Madeleine, in una stanza al piano inferiore dove il rumore non avrebbe disturbato nessuno dei due dormienti. Nick aveva più o meno la stessa età di Madeleine, poco più di un anno. Frieda aveva quasi tre anni.
    Sylvia dormì per un’ora o due, poi scese a trovarci. Mi disse che “avrebbe preferito non tornare a casa”.
    Fu semplice per me lasciarli restare. Le mie due ragazze più grandi, Claire e Lucy, erano via per il fine settimana, quindi avevo una stanza libera per Sylvia e un’altra per i suoi figli.
    Mi consegnò le chiavi del suo appartamento in Fitzroy Road e mi chiese di prendere alcune cose per lei: spazzolini da denti, indumenti per la notte, le sue medicine, un vestito particolare, un paio di libri che aveva iniziato a leggere – cosa che feci. Quando tornai, feci il bagno e diedi da mangiare a Frieda e Nick con Madeleine, e quando tutti e tre furono sistemati per andare a dormire, preparai la cena per Sylvia, Gerry e me.
    Il brodo di pollo era già pronto come rimedio per l’influenza di Gerry e sembrava andar bene anche per Sylvia. Proseguimmo poi con le bistecche di un grande macellaio francese di Soho, purè di patate e insalata. Sylvia mangiò di cuore e non smetteva di dire quanto tutto fosse buono.
    Non ricordo di cosa abbiamo parlato, solo che non si trattasse della sua situazione. Non in quel momento almeno.
    Ma più tardi mi chiese di venire a sedermi accanto a lei, mostrandomi delle bottigliette di pillole e dicendomi quali la facessero dormire e quali alzare la mattina.
    Inghiottì i sonniferi alle 22 circa, ma continuò a chiacchierare per un’ora o più di persone che non conoscevo come se fossero amici comuni. Sembrava sconclusionata, e pensavo che le pillole stessero facendo effetto.
    Poi il suo tono cambiò e parlò emotivamente ed energicamente di Ted e Assia Wevill, la donna per cui l’aveva lasciata. Era amareggiata, gelosa, arrabbiata. Ted aveva portato Assia in Spagna. Lei avrebbe voluto poter portare i bambini in Spagna, in un posto assolato, lontano da questo clima gelido. I bambini, disse, non stavano bene, dovevano andare in un posto caldo, da qualche parte vicino al mare.
    Le dissi che avrei portato lei e i bambini al sole e al mare durante le vacanze di Pasqua, anche se preferivo l’Italia alla Spagna. “Pasqua”, disse, “è molto lontana”.
    Era quasi mezzanotte quando si addormentò e finalmente potei andare a letto anch’io.
    Ma circa un’ora dopo Nick si svegliò. Gli scaldai un biberon di latte e, sentendo Sylvia chiamarci, lo portai da lei per nutrirlo. Anche Frieda venne nel letto di sua madre.
    Dopo averli riportati nei loro letti, Sylvia mi chiese se fosse giunto il momento di prendere le sue pillole per il risveglio. Le dissi di no, che era ancora troppo presto.
    Ma non riusciva a dormire. Mi chiese di rimanere con lei per un po ‘. Mi sedetti vicino al suo letto a luce spenta e la sola luce del corridoio che filtrava nella stanza. Lei chiudeva gli occhi, ma all’improvviso li riapriva, e una volta si alzò per metà, e vedendo che ero ancora lì si sdraiò di nuovo, come se fosse rassicurata dalla mia presenza vicino a lei. Quando fui certa che dormisse, me ne tornai a letto.
    Al mattino, dopo aver preso le sue medicine e aver divorato un’abbondante colazione, telefonò a una giovane donna che aveva promesso di venire a stare con lei come ragazza alla pari per aiutarla con i bambini ma questa, a quanto pare, aveva cambiato idea. Sylvia impiegò molto tempo a cercare di convincerla a cambiare di nuovo idea ma senza successo.

    Parlai col suo medico al telefono. Conoscevo il dottor Horder da più tempo di quanto non conoscessi Sylvia. Mi disse di non fare tutto io per i bambini, che Sylvia doveva prendersi cura di loro, doveva sentire che avevano bisogno di lei. Quindi le chiesi di venire con me quando li portai in bagno, quando preparai loro da mangiare, quando Nick aveva bisogno di nutrirsi ed essere cambiato. Ma non lei prese sapone o asciugamano, né un cucchiaio o una spilla da balia. Me ne andai persino dalla stanza, ma lei aspettò che tornassi. La mia scelta era quella di lasciare i bambini non lavati, senza cibo, senza essere cambiati, oppure farlo io. Per lo più lo feci.
    La sera successiva Sylvia indossò l’abito blu e argento che le avevo procurato. Ci aveva messo un po’ per sistemare i capelli. Quasi sorrise – certamente sembrava compiaciuta – quando le dissi che era bellissima.
    Mi disse che avrebbe incontrato qualcuno, ma non chi fosse. Diede la buonanotte a Frieda e Nick. Frieda la seguì fino alla porta principale e poco prima che Sylvia la aprisse, si chinò verso la bambina e disse: “Ti voglio bene!”
    Seppi giorni dopo che quella sera uscì con Ted. La riportò a casa nostra. Non ricordo a che ora tornò, o qualsiasi cosa disse. Ricordo che il giorno dopo si unì a noi al tavolo per il nostro solito abbondante pranzo domenicale di zuppa, carne arrosto con i soliti contorni, e formaggio, dessert e vino.
    Ricordo che le piacque. Diede da mangiare a Nick. Sembrava, se non allegra, almeno molto meno abbattuta. Ci attardammo nel prendere il caffè, parlando contenti. I bambini andarono a dormire e dato che il vino ci aveva messo sonnolenza, andammo tutti e tre nelle nostre stanze a sdraiarci e sonnecchiare fino alle quattro circa.
    Poi prendemmo il tè. Gerry, che stava di nuovo bene, giocava con i bambini. La sera invernale avanzava.
    Claire e Lucy sarebbero rientrate a casa presto. Io pensavo a come sistemare tutti.
    C’erano due stanze libere e un bagno all’ultimo piano e stavo decidendo se mettere Sylvia e i bambini lassù, o tenerli sullo stesso piano con me e spostare le mie figlie nelle stanze di sopra, quando Sylvia disse all’improvviso: “Devo tornare a casa. Devo sistemare il bucato. E aspetto che un’infermiera mi chiami al mattino, quella che è venuta ad aiutare Nick mentre era malato.” E cominciò a raccogliere rapidamente le sue cose e a metterle nelle borse. In quei momenti sembrava davvero rinvigorita, quasi esaltata, come non l’avevo mai vista prima.
    Gerry le chiese se era sicura di voler andare. Rispose che lo era. Così la guidò con cautela attraverso le strade fangose ​​di neve nella sua auto – un vecchio taxi nero di Londra con il contatore rimosso.
    Era una vecchia ferraglia, e seduto da solo davanti non riusciva a sentire ciò che qualcuno nei sedili di dietro avrebbe potuto dire. Solo quando si fermò a un semaforo rosso sentì piangere. Parcheggiò la macchina e si sedette sul sedile di fronte a Sylvia. Mentre lei piangeva, anche i bambini iniziarono a piangere. Se li sedette sulle ginocchia. La supplicò di lasciare che li riportasse a casa nostra. Lei rifiutò. Si calmò e insistette perché proseguissero per Fitzroy Road. La vide nel suo appartamento. Le promise che l’avrebbe chiamata il giorno dopo.
    Tornando, mi disse che avrebbe voluto che rimanesse con noi, che non pensava che potesse farcela da sola.
    Sapevo che aveva ragione, ma non mi dispiaceva affatto che fosse andata via. Non avrei più dovuto occuparmi di lei e dei suoi figli. Le mie figlie non avrebbero dovuto rinunciare alle loro stanze. Non avrei avuto più notti interrotte. E la pietà stanca il cuore.
    Per tutti quei pensieri avrei dovuto sopportare un lungo rimorso.
    Il lunedì mattina, verso le otto, il telefono squillò. Risposi e il dr. Horder mi disse che Sylvia aveva messo la testa nel forno a gas ed era morta.

    Fonte: BBC
    La mia copia su ebook


    Non esiste traduzione italiana per questo libro, “Giving Up – The Last Days Of Sylvia Plath“, di Jillian Becker (scommetto che non ve lo aspettavate, eh?), ma potrete trovarlo facilmente in inglese, anche in ebook. È un libro molto piccolo, potremmo definirlo un memoir appunto, si tratta di un materiale effettivamente interessante, almeno per ciò che riguarda la prima parte: i primi tre capitoli del libro sono il racconto della loro conoscenza tramite conversazioni riportate dall’autrice e la ricostruzione di quei giorni, dal weekend in cui SP stette con loro fino al suo funerale.
    Riporto qui di seguito dei brani da me tradotti del capitolo del funerale:

    Estratto dal capitolo “Il Funerale”

    “Sylvia aveva immaginato la sua tomba nell’ondulato Devon, non nel granitico Yorkshire dove invece riposa. Poco dopo esserci incontrate, parlando della sua morte come un evento lontano, mi disse che le sarebbe piaciuto essere seppellita nel cimitero della chiesa vicino a Court Green. Non lo aveva mai detto a Hughes? Suppongo che se avesse organizzato il funerale laggiù, nessuno della sua famiglia sarebbe venuto. (…) Dopo il rinfresco con tè e sandwiches a casa dei genitori di Ted, sua madre, una presenza imposta, —oserei dire dominante— mi chiese della mia amicizia con Sylvia. Da quanto la conoscevo? Come mi sembrava nei suoi ultimi giorni?
    “Noi tutti le volevamo bene, sai”, asserì, dettandolo come una legge.
    Suo padre non disse molto. Lo ricordo come un uomo gracile, sottile.
    Il funerale in chiesa fu breve. Per alcuni attimi la luce del sole sbucò da una finestra con i vetri colorati, facendone risaltare il giallo. Seguimmo la bara fino alla fossa, un buco giallo in mezzo alla neve, la terra impilata dello stesso colore delle vetrate della chiesa, ma densa come del colore ad olio appena versato. Dopo quello il rito fu concluso.
    “Starò qui da solo per un po’”, disse Hughes. Tutti gli altri andarono verso il cancello. Mi guardai dietro e lo vidi lì in piedi, una figura solitaria ai piedi della tomba. Ci raggiunse presto, eravamo quattordici persone circa in tutto, poco dopo che ci eravamo seduti tutti intorno ad un tavolo di una saletta privata di un pub del paese. Gerry ed io eravamo l’uno di fronte all’altra e Hughes stava fra noi. Solo quattro persone erano lì per Sylvia: suo fratello Warren e la moglie Margaret, Gerry ed io. Il resto erano lì per Ted, le sue vecchie conoscenze. Sua madre stette a casa. (…)
    Hughes sputò fuori improvvisamente con veemenza ma a voce bassa, come se dovessimo sentirlo solo io e Gerry anche se non guardò nessuno dei due: “La odiavano tutti”.
    “Io non la odiavo”, dissi.
    “Era sempre o lei o me”, disse. (…)
    “Fu lei a farmi fare il poeta come professione”, si lamentò ad un certo punto, la sua rabbia che si ammorbidiva un po’ in amarezza.
    Avevo letto da qualche parte di un credo degli Inglesi che le arti, ogni tipo di studio e sport dovessero essere coltivati solo per passione. Un inglese fa quel che fa solo per amore; gli Americani scrivono per vendere il loro operato, la loro cultura è molto più materialistica. (…) Non dev’essere stato abbastanza per “lei”; e imponendogli la sua mentalità mercenaria, deve averlo corrotto.(…) Una volta le sentii dire che per essere un vero scrittore bisogna essere un professionista e io le chiesi cosa volesse dire esattamente. Lei mi rispose che il lavoro di un professionista dev’essere “battuto correttamente a macchina, con doppia spaziatura, su carta linda”. (…)
    Poi ci fu un momento in cui sembrò volersi giustificare con Gerry e me. Disse: “Le avevo detto che tutto si sarebbe sistemato. Le avevo detto che entro l’estate saremmo tornati insieme a Court Green.”
    Pensai, “Quindi te ne vai e ti diverti con Assia, qualunque effetto possa avere su Sylvia, poi ritorni quando il divertimento è finito, qualunque effetto possa avere anche su Assia, e ti aspetti che Sylvia —conoscendola come la conosco io!— sia paziente e sopporti quando te ne vai, e che ti sia grata e ti perdoni quando torni?”. Ma non dissi nulla. Mi chiesi inoltre quando lui le avesse detto del suo piano di tornare insieme. Sarà stato quel sabato sera prima della sua morte? Se fosse così, potrebbero sollevarsi nuove speculazioni riguardo ai suoi stati d’animo e la sua decisione. Ma non glielo chiesi.
    In un altro momento di esplosione, mi chiese se avessi letto The Bell Jar. Gli dissi di sì. Ed ero a conoscenza che fosse autobiografico? Sì. Quindi sapevo anche che lei aveva già tentato il suicidio prima che si conoscessero? Sì.
    “Ce l’aveva dentro, come vedi”, disse. “Ma le avevo detto che se avesse scavato abbastanza a fondo e scritto di tutto questo, lo avrebbe superato.”
    “E non pensi che abbia scavato abbastanza profondamente?”
    “No.”
    Il suo no fu una sorta di alzata di spalle verbale, implicitamente diceva “ovvio che no, il suo funerale non è una prova sufficiente?” (…) Non glielo dissi ma ero d’accordo con lui. The Bell Jar parla di un tentato suicidio, ma non cerca di spiegarlo in alcun modo.
    Successivamente Hughes avrebbe detto, e pubblicato, che nonostante ciò che avvenne, credeva che Sylvia fosse capace di una grande felicità. Forse aveva ragione. Avrebbe potuto essere felice, con un marito fedele, sei figli, più aiuto in casa, più soldi, più plauso, e una perpetua fortuna.
    Jillian Becker all’epoca in cui conobbe SP.

    Questo è il capitolo più interessante per me, pieno di dettagli che ci fanno vagamente inquadrare un po’ anche la figura di Ted dopo la morte di Sylvia e il suo lento scivolare nel senso di colpa.
    Riguardo agli altri tre capitoli finali del libro purtroppo non sono dello stesso parere: penso sia materiale da prendere, invece, molto con le pinze e si tratta di una sorta di lunga divagazione dall’argomento che doveva essere principale con pure interpretazioni personali. Uno dei capitoli è una sorta di difesa di se stessa e il marito da tutti coloro che li accusarono per avere lasciato Sylvia da sola in quello stato visibilmente alterato ed uno sfogo nei confronti di biografi e giornalisti che negli anni l’hanno interpellata per poi omettere o distorcere le sue testimonianze; in un altro capitolo si scaglia contro una poesia di Hughes “Dreamers” che definisce antisemita (la Becker è di cultura ebraica) e biasima il “mito” che si è creato attorno alle loro figure; nell’ultimo troviamo un attacco, puramente personale, alle Femministe, affermando testualmente che “Sylvia non era certo una femminista, non se femminismo vuol dire disprezzare il tradizionale ruolo della donna di moglie e madre, casalinga e massaia”, credendo che essere femminista voglia dire, ancora una volta letteralmente, “odiare gli uomini”.


    Vi spiego perché questa seconda parte del materiale sia da prendere con le pinze e ci fa chiedere quanto davvero Jillian Becker conoscesse Sylvia, la VERA Sylvia Plath. All’epoca in cui la Becker diede il libro alle stampe non aveva neanche letto i Diari di SP (lei stessa scrive all’interno di questo libro che li aveva comprati ma non li aveva letti), materiale autobiografico che sappiamo essere molto più che fondamentale per capire la figura della poetessa, pagine e pagine in cui sin da quando era ragazzina Sylvia non fa che indagare la figura della donna e della sua libertà, anche sessuale, rifiutare la versione convenzionale dell’epoca che la vorrebbe solo come moglie, madre e casalinga che assiste e contribuisce invisibilmente ai successi del marito, così come rifiuta la figura stereotipata (come sua madre) che aveva rinunciato alla propria carriera e alla sua libertà dopo il matrimonio, nei diari ritroviamo il timore continuo di essere schiacciata dalle responsabilità della casa e dei figli a cui viene abbandonata e il sentirsi sminuita e limitata solo perché donna. Anche ne La Campana di Vetro il suo punto di vista risulta chiaro in più di un passaggio, tanto per fare un esempio, con la figura di Mrs Willard, la madre di Buddy, con “il suo bel tappeto fatto a mano calpestato come gli uomini calpestano le donne che sposano dopo averle illuse con i fiori del corteggiamento”: il bel tappeto fatto a mano da Mrs Willard frutto di pazienza e talento che Esther avrebbe visto bene appeso alle pareti come un’opera d’arte e non sminuito e ridotto al lerciume come un qualsiasi tappetino da due soldi. Una metafora più chiara di così?
    Ciò che penso è che Sylvia Plath non amava le etichette (così come anche la Woolf per fare un esempio), non avrebbe sopportato di essere rinchiusa in una parola come “femminista” o essere associata ad alcuni personaggi che hanno travisato l’originale significato di tale parola, ma credo che la sua visione sul ruolo della donna sia ben chiara e nettamente in contrasto con ciò che afferma la Becker.
    Sylvia voleva essere ed avere tutto. Voleva la libertà di essere chi era, voleva l’amore, voleva un marito che la amasse e la stimasse, voleva dei figli, voleva persino godere dei piaceri della cucina e della casa, e voleva essere una poetessa, scrittrice ed artista di successo, non “una casalinga che scrive” ma una scrittrice, come spesso precisava, voleva essere una donna nella sua interezza come aveva scelto di essere, al massimo, a cui sempre puntava, delle sue possibilità. E lo meritava, meritava di avere tutto. E forse, se avesse avuto tutto questo contemporaneamente, se avesse avuto qualcuno accanto in grado di salvarla mentre la sua leggenda di scrittrice si compiva, se avesse creduto davvero di potere essere tutto, forse, quell’11 febbraio del 1963 le sarebbe bastato per superare quell’orribile notte.

    ~ Donatella

    Tutto il materiale qui tradotto è sotto stretto copyright e non può essere usato senza autorizzazione dell’autrice di Sylvia Plath Italy né usato per scopo di lucro.

    Foto personale dal cimitero di Heptonstall, 2018. È vietato usare questa foto senza citare Sylvia Plath Italy.
  • Quando Sylvia Plath ispira altri… – Lana Del Rey

    Alla fine di ottobre del 2018, la famosa cantante newyorchese Lana Del Rey, pubblica un brevissimo estratto di una canzone che stava ancora scrivendo e che aveva intenzione di intitolare Sylvia Plath. La reazione del web fu un’esplosione pura, non solo nel mondo della musica indie pop-rock del suo campo ma anche in quello della letteratura, fra quelli che andarono a cercare di più su questa Sylvia Plath e quelli che sapevano benissimo chi fosse e si scoprivano invece improvvisamente fan di Lana del Rey. Io appartenevo alla seconda categoria, devo ammetterlo. Fino a quel momento non mi era capitato di esplorare molto il mondo di questa cantante, ma quel video mi aveva catturata per melodia e parole. Poco tempo dopo, il titolo viene cambiato in “Hope Is A Dangerous Thing For A Woman Like Me, But I Have It“.

    L’anno successivo esce il suo album “Norman Fucking Rockwell” e a gennaio uno dei singoli estratti è proprio la canzone dedicata a Sylvia Plath, con un video molto minimal ma che dà pieno risalto alle parole della canzone. Qui di seguito trovate il video per ascoltarla.

    Personalmente trovo l’intero album bellissimo, uno dei suoi migliori, in cui si percepisce crescita e influenza dell’era moderna e contemporanea americana. Lo stesso titolo dell’album e dell’omonima canzone è una sorta d’omaggio ad un’altra icona americana, il celeberrimo pittore ed illustratore Norman Rockwell. La sua melodia melanconica e la semplice voce calda di Lana Del Rey, rendono “Hope” (abbreviata) una perla rara, per quel che mi riguarda la più bella canzone dell’album. Vi lascio anche il testo qui di seguito.

    I was reading Slim Aarons and I got to thinking that I thought
    Maybe I’d get less stressed if I was tested less like
    All of these debutantes
    Smiling for miles in pink dresses and high heels on white yachts
    But I’m not, baby, I’m not
    No, I’m not, that, I’m not
    I’ve been tearing around in my fucking nightgown
    24/7 Sylvia Plath
    Writing in blood on my walls
    ‘Cause the ink in my pen don’t work in my notepad
    Don’t ask if I’m happy, you know that I’m not
    But at best, I can say I’m not sad
    ‘Cause hope is a dangerous thing for a woman like me to have
    Hope is a dangerous thing for a woman like me to have
    I had fifteen-year dances
    Church basement romances, yeah, I’ve cried
    Spilling my guts with the Bowery Bums
    Is the only love I’ve ever known
    Except for the stage, which I also call home, when I’m not
    Servin’ up God in a burnt coffee pot for the Triad
    Hello, it’s the most famous woman you know on the iPad
    Calling from beyond the grave, I just wanna say, “Hi, Dad”
    I’ve been tearing up town in my fucking white gown
    Like a goddamn near sociopath
    Shaking my ass is the only thing that’s
    Got this black narcissist off my back
    She couldn’t care less, and I never cared more
    So there’s no more to say about that
    Except hope is a dangerous thing for a woman like me to have
    Hope is a dangerous thing for a woman with my past
    There’s a new revolution, a loud evolution that I saw
    Born of confusion and quiet collusion of which mostly I’ve known
    A modern day woman with a weak constitution, ‘cause I’ve got
    Monsters still under my bed that I could never fight off
    A gatekeeper carelessly dropping the keys on my nights off
    I’ve been tearing around in my fucking nightgown
    24/7 Sylvia Plath
    Writing in blood on your walls
    ‘Cause the ink in my pen don’t look good in my pad
    They write that I’m happy, they know that I’m not
    But at best, you can see I’m not sad
    But hope is a dangerous thing for a woman like me to have
    Hope is a dangerous thing for a woman like me to have
    Hope is a dangerous thing for a woman like me to have
    But I have it
    Yeah, I have it
    Yeah, I have it
    I have
    Stavo leggendo Slim Aarons e ho cominciato a pensare di aver pensato che
    Forse sarei stata meno stressata se fossi stata meno messa alla prova come
    Tutte queste debuttanti
    Che sorridono per miglia in vestiti rosa e tacchi alti su yatch bianchi
    Ma io non lo sono, tesoro, non lo sono
    Non sono così, no
    Sono andata in giro nella mia maledetta camicia da notte
    24 ore al giorno, 7 giorni su 7 (come) Sylvia Plath
    Scrivendo col sangue sulle mie pareti
    Perché l’inchiostro della mia penna non funziona sul mio blocco note
    Non chiedermi se sono felice, sai che non lo sono
    Ma quanto meno posso dire di non essere triste
    Perché la speranza è una cosa pericolosa per una donna come me
    La speranza è una cosa pericolosa per una donna come me
    Ho avuto balli di quindici anni
    Amori nel seminterrato della chiesa, sì, ho pianto
    Rovesciare le budella con i Bowery Bums
    È l’unico amore che abbia mai conosciuto
    Tranne il palco, che chiamo anche casa, quando non sto
    Servendo Dio in una caffettiera bruciata per la Triade
    Ciao, sono la donna più famosa che conosci sull’Ipad
    Chiamo dall’oltretomba, voglio solo dire “Ciao, papà”
    Ho girato la città nel mio dannato vestito bianco
    Quasi come una cavolo di sociopatica
    Scuotere il culo è l’unica cosa che
    Mi ha tolto quel narcisista nero di dosso
    A lei non importava e a me ancor meno
    Quindi non c’è altro da dire al riguardo
    Tranne che la speranza è una cosa pericolosa per una donna come me
    La speranza è una cosa pericolosa per una donna con il mio passato
    C’è una nuova rivoluzione, una forte evoluzione che ho visto
    Nata dalla confusione e dalla silenziosa collusione che per lo più ho conosciuto
    Una donna moderna con la costituzione debole perché ho ancora
    Mostri sotto il mio letto che non sono mai riuscita a sconfiggere
    Un guardiano che non curante fa cadere le chiavi nelle mie serate libere
    Sono andata in giro nella mia maledetta camicia da notte
    24 ore al giorno, 7 giorni su 7 (come) Sylvia Plath
    Scrivendo col sangue sulle tue pareti
    Perché l’inchiostro della mia penna non sta bene sul mio blocco note
    Scrivono che sono felice, sanno che non lo sono
    Ma quanto meno puoi vedere che non sono triste
    Ma la speranza è una cosa pericolosa per una donna come me
    La speranza è una cosa pericolosa per una donna come me
    La speranza è una cosa pericolosa per una donna come me
    Ma ce l’ho
    Sì, ce l’ho
    Sì, ce l’ho
    Ce l’ho

    La cantante aveva anche annunciato un libro di poesie, che probabilmente uscirà quest’anno, di cui una è certamente dedicata sempre a Sylvia: Bare Feet On Linoleum. L’ha pubblicata nel numero di giugno di Vogue Italia insieme ad un’intervista e ad una seconda poesia, Never To Heaven, con delle bellissime foto di Stephen Klein. Ingrandite le immagini di seguito per leggere le poesie.

    Possiamo quindi dire che SP sia una delle più importanti fonti di ispirazione di Lana Del Rey ed è interessante vedere quanto questa scrittrice e poetessa possa aver influenzato numerosissimi artisti, di ogni campo, dalla musica, all’arte, alla scrittura, come vedremo in seguito, ancora oggi a distanza di quasi sessant’anni dalla sua morte.

    ~ Donatella

  • Mary Ventura & The Ninth Kingdom – racconto inedito di Sylvia Plath

    Era l’autunno del 2018 quando venne annunciata una notizia straordinaria che riguardava la pubblicazione di un racconto breve inedito di Sylvia Plath. “Mary Ventura & The Ninth Kingdom(Mary Ventura & Il Nono Regno), questo il titolo. A gennaio del 2019 venne poi dato alle stampe dalla Faber & Faber in ebook e cartaceo con copertina flessibile e a marzo dalla Harper Collins in copertina rigida. Da allora è stato tradotto in più lingue, fra cui Francese, Spagnolo, Tedesco, Catalano, Portoghese, eterno mancante il nostro caro Italiano. Purtroppo per noi non ci sono notizie di un’eventuale traduzione nemmeno in futuro, ci tocca quindi leggerla in inglese (o in un’altra delle suddette lingue, se preferite) tutte reperibili online.

    Mary Ventura & The Ninth Kingdom venne scritto da Sylvia quando aveva appena 20 anni ed era una studentessa allo Smith College.
    Secondo il famoso studioso della Plath Peter K. Steinberg si tratta di qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altra cosa abbia mai scritto prima o dopo. “È un lavoro importante e diverso da quello che i lettori di Plath sono abituati a vedere“, ha detto Steinberg.
    In tutto il racconto c’è un’atmosfera talmente surreale, onirica ed oscura, che non è affatto sconosciuta agli amanti della Plath, le poesie di Ariel e anche La Campana di Vetro ne sono intrise, ma per quel che riguarda i racconti è un po’ un’altra storia. Si può collegare vagamente al famoso racconto “Jhonny Panic And The Bible Of Dreams“, ma difficilmente ritroviamo quest’aspetto in altri suoi racconti, dato che la maggior parte di essi venivano scritti (e ri-scritti) ricercando una pubblicazione sulle riviste dell’epoca e quindi improntati spesso verso un gusto più “commerciabile”. Infatti, questo racconto venne scartato dalla rivista Mademoiselle a cui Sylvia lo aveva inviato nel ’53 proprio perché troppo metaforico e oscuro per il loro pubblico. Ma lei, che quando credeva in un materiale da lei scritto era disposta a tutto pur di ottenere dei riscontri, riscrisse la storia, cambiando il titolo in “Marcia Ventura & The Ninth Kindgom“, alleggerendone l’aura cupa, concretizzandola in una storia simbolica ma ispirata alla realtà e alla figura della sua amica Marcia “Marty” Brown. La prof. Kukil scrive a proposito: “Plath pensò di riciclare la sua storia di Mary Ventura ancora una volta il 27 dicembre 1954 per i Christopher Awards. L’ha abbreviato e gli ha dato un nuovo titolo, “Marcia Ventura e il Nono Regno“, ma alla fine ha deciso di non presentarlo al concorso perché pensava che fosse “troppo fantastico e simbolico per quello che vogliono“. Plath aveva anche scritto un’introduzione per la storia intitolata “Teen-agers Can Shape the Future” (Gli adolescenti possono modellare il futuro) per fare appello ai giudici dei Christopher Awards, sottolineando le sue qualità religiose: “Questa è la storia di una ragazza adolescente che attraversa le tentazioni del mondo materiale, prende coscienza del suo idealismo e del suo potere di aiutare gli altri e scopre la Città di Dio. La storia è raccontata alla maniera dell’allegoria simbolica, proprio come alcune parabole della Bibbia, e attinge alle immagini della religione e della letteratura per esprimere il suo messaggio.

    Sylvia Plath and Marcia Brown a Francestown, New Hampshire, fotografate dalla madre di Marcia, Carol Taylor Brown, Febbraio 1951.

    Abbiamo dovuto aspettare solo una sessantina d’anni, quindi, per poterlo finalmente leggere. Ma raccontiamo la storia.

    Si tratta del breve viaggio in treno di una ragazza, Mary Ventura, viaggio che lei non avrebbe neanche voluto intraprendere ma viene forzata dai genitori a partire. Durante il viaggio, Mary incontra una strana donna, gentile ma ambigua, poiché sembra saper di più di quel che racconta; il treno continua a sfrecciare silenzioso attraversando le stazioni dei regni, mentre il paesaggio esterno cambia notevolmente.
    Alla stazione per il sesto regno, un controllore spinge forzatamente una donna giù dal treno, nell’indifferenza generale. Mary osserva gli altri passeggeri, che sembrano distaccati e sereni al limite dell’apatia, e inizia a domandarsi se sia stato un bene prendere questo treno o se farebbe meglio a tornare a casa…

    «Ma cos’è il Nono Regno? Cosa c’è di così terribile nel Nono Regno?»
    «Sarai più felice se non lo sai. Non è così male, una volta che ci arrivi. Il viaggio è lungo giù nel tunnel, e il clima cambia gradualmente. Il dolore non è così intenso quando ci si abitua al freddo. Guarda fuori dal finestrino. Il ghiaccio ha iniziato a formarsi sui muri del sottopasso e nessuno se n’è neanche accorto né lamentato.»


    La donna si lascia sfuggire che non esistono treni di ritorno dal Nono Regno, seppure lei abbia fatto quello stesso viaggio innumerevoli volte, e che una volta arrivata lì anche Mary si sentirà rilassata e serena come tutti gli altri passeggeri.

    “«Non ci sono viaggi di ritorno su questa linea, una volta che giungi al Nono Regno, non c’è modo di tornare indietro. È il regno della negazione, della volontà paralizzata. Ha molti nomi…»”


    Mary, invece, viene presa dal panico e le chiede di aiutarla a scendere. La donna, che era ormai abituata solo all’annichilimento della volontà altrui, intravede invece la speranza in Mary e una possibilità di salvezza data dal suo primo atto di volontà propria, e la aiuta a fuggire dal treno, dandole precise indicazioni su cosa fare per arrivare alla sua destinazione finale, dove, le promette, si sarebbero rincontrate.

    Foto di Donatella Marcatajo, scattata a Venezia.

    Il biografo Andrew Wilson, autore del libro Mad Girl’s Love Song del 2013, spiega così il significato di questo racconto simbolico: “(SP) Era molto sotto pressione in quel periodo, in gran parte auto-inflitta. Era incredibilmente competitiva ed era sempre stata abituata ad essere la migliore. Ora era circondata da giovani donne che avevano talento quanto lei, se non di più. Molte delle sue prime storie pongono le radici nella sua vita e affrontano situazioni che lei stessa ha vissuto, mentre questa si distingue dalle altre per il suo audace aspetto metafisico.

    Anche il pensiero di Steinberg è simile a quello di Wilson, tenta di spiegare questo suo avvicinamento al metafisico e alle atmosfere cupe con le influenze di libri che a quell’epoca Sylvia stava studiando e alle vicende che stava vivendo: “Al momento della stesura SP stava affrontando una relazione difficile con un fidanzato, aveva una gamba rotta e stava davvero iniziando a sentire la tensione dei suoi corsi, della sua vita sociale, delle questioni finanziarie e di uno stile di vita sempre attivo, cosicché sì, penso che il suicidio sia stato qualcosa che abbia considerato. Ma allo stesso tempo,in quel momento era per molti versi piuttosto lontana dal compiere quel tipo di azione. Penso che Plath qui stia tentando di femminilizzare e modificare alcune storie bibliche, un po’ come la Divina Commedia di Dante, facendo in modo che Mary Ventura compia un viaggio con il trasporto moderno nell’oltremondo.
    La stessa comparazione all’inferno di Dante viene fatta anche da un’altra grande studiosa della Plath, Karen V. Kukil: “Mary Ventura tira la corda di emergenza mentre la stazione del Settimo Regno si avvicina per fermare il treno prima che raggiunga il Nono Regno, un luogo probabilmente simile al nono cerchio infernale di Dante, dove Satana e i peggiori peccatori soffrono nell’eterna oscurità e nel freddo. Come Dante con la sua guida Virgilio alla fine dell’Inferno, Mary Ventura, in una sorta di rinascita metafisica, sale avidamente la ripida pendenza rocciosa per tornare nel mondo luminoso.
    Alla fine, Mary ha l’opportunità di liberarsi da un destino che non ha scelto.” , conclude Steinberg.

    Molti infatti sono concordi sulla nota finale ottimistica del racconto: Mary ha la possibilità di salvarsi, semplicemente scegliendo la sua strada, cambiando la direzione che le era stata imposta da altri, compiendo un atto di volontà propria e affermando quindi così il suo essere diversa dagli altri. Così com’era stato nel finale de La Campana di Vetro, diversi anni dopo, in cui Esther alla fine si salva da sola, credo che Sylvia credesse sempre, fino all’ultimo, di riuscire a salvarsi anche lei da sola, che la speranza di un nuovo inizio era sempre dietro l’angolo più buio, se si decideva ad oltrepassarlo.

    ~ Donatella


    Tutte le traduzioni delle citazioni e delle interviste sono a cura dell’autrice di Sylvia Plath Italy.
    Fonte: The Guardian | Hudson Review | Lilly Library

  • Sylvia Plath alla Smithsonian National Portrait Gallery, Washington DC, 2017-2018

    La più grande mostra mai organizzata su Sylvia Plath si è svolta alla Smithsonian National Portrait Gallery di Washington DC fra il 30 giugno 2017 e il 20 maggio 2018 e si intitolava “One Life: Sylvia Plath“.

    One Life: Sylvia Plath” è la prima esplorazione della vita della poetessa e scrittrice in un museo di arte e storia. La mostra rivela come Plath abbia plasmato visivamente la sua identità raggiunta la maturità come scrittrice negli anni ’50. I visitatori potranno dare uno sguardo alla vita personale della Plath e alla sua natura dualistica che lei stessa ha descritto come le sue personalità “dai capelli castani” e “platino”.
    Attraverso lettere personali, sue opere d’arte, fotografie di famiglia e oggetti pertinenti, questa mostra mette in evidenza la lotta della Plath per comprendere se stessa e per muoversi fra le pressioni sociali esercitate sulle giovani donne nella sua epoca. La sua tesi allo Smith College, “
    Lo specchio magico: uno studio del doppio in due romanzi di Dostoevsky“, suggerisce che abbia adottato un approccio accademico per studiare le sue stesse dualità.
    La mostra presenta una gamma accuratamente selezionata di immagini e oggetti dagli archivi Plath dello Smith College e della Lilly Library dell’Indiana University, due collezioni che non sono mai state riunite prima in una mostra museale. Dorothy Moss, curatrice di pittura e scultura alla Portrait Gallery, è anche la curatrice di questa mostra, affiancata dalla co-curatrice ospite Karen V. Kukil, curatrice di libri e manoscritti rari presso lo Smith College.

    Source: National Portrait Gallery

    C’è una cosa molto bella e particolare che riguarda questa mostra, oltre la straordinaria entità di materiale mai messo insieme fra foto, oggetti e quadri di SP, ed è un’installazione chiamata Glass Heart che si ispira proprio all’opera di Sylvia, creata da una professoressa di musica del Wellesley College.

    Jenny Olivia Johnson, compositrice e professoressa associata di musica al Wellesley College, ha creato Glass Heart (Bells for Sylvia Plath) come tributo alla vita e al lavoro di Plath, ed è incluso in One Life come esempio della importanza artistica e ispirazione creativa sempre attuale della Plath.
    Dorothy Moss, curatrice della mostra, dice:

    [quando ho visto l’installazione la prima volta] sono stata colpita da quello che ho sentito: un suono lento ed espansivo che ha riempito o, piuttosto, perseguitato la galleria. Il suono, in combinazione con la componente scultorea dell’opera – sfarfallio di luci blu e rosse simili a lucciole all’interno di campane di vetro – era diverso da qualsiasi cosa avessi mai visto prima in un museo. E sono rimasta incuriosita dalla componente partecipativa dell’installazione: i visitatori del museo venivano invitati ad attivare l’opera toccando le campane di vetro. Essendo un lavoro interattivo, Glass Heart offre un incontro auditivo, visivo e fisico che collega lo spettatore al lascito della Plath in modo significativo. Da un punto di vista estetico, vedo Glass Heart come un importante elemento contemporaneo della mostra One Life in quanto funge da forza unificante per gli oggetti selezionati nel momento in cui crea un’atmosfera contemplativa nella galleria.
    Glass Heart fa sottilmente riferimento alle tre città in cui Plath ha vissuto importanti eventi della sua vita: Boston, New York e, in particolare, Wellesley – luoghi che sono stati significativi anche nella vita della Johnson. Originariamente commissionato per il Davis Museum al Wellesley College, dove l’ho visto per la prima volta, Glass Heart ha avuto una risonanza profonda tra gli studenti e la facoltà, nonché fra la comunità locale. Wellesley è dove Sylvia Plath è cresciuta e molti aspetti della sua vita sono incastonati in oggetti e luoghi di lì. Ad esempio, un residente di Wellesley ha recentemente donato il pianoforte d’infanzia di Plath al College, e attualmente risiede nell’ufficio del Johnson Wellesley College. È un oggetto che lei considera “un talismano magico”. Con questa idea in mente, vedo qualcosa di quella magia talismanica trasmessa nell’installazione Glass Heart della Johnson presente alla Portrait Gallery, che attraverso il tocco, la luce e il suono collega il visitatore della mostra con oggetti, opere d’arte e manoscritti appartenenti a una poetessa e scrittrice la cui voce si rifiuta ancora oggi di svanire. In una mostra che presenta Plath come artista visiva tanto quanto poetessa, Glass Heart rivela una Plath musa e rende omaggio alla scintilla dell’ispirazione che continua ad accendere nella cultura contemporanea.

    Source: National Portrait Gallery

    Trovo personalmente molto affascinante l’ultimo concetto che è un po’ il fulcro del bisogno da cui nasce anche questo mio blog: Sylvia Plath è ancora oggi, a più di cinquant’anni di distanza dalla sua morte, un collante per anime, una musa ispiratrice per artisti, musicisti e altri scrittori contemporanei. Questa originale installazione è solo l’ennesima prova di come Sylvia risuoni ancora nelle corde delle anime sensibili che si innamorano della sua poetica e della sua vita e vengono spinte a creare arte in suo nome. Lei, che l’arte ce l’aveva da sempre nelle vene e le scorreva sia sotto forma di parole che di immagini. In questa mostra, infatti, c’erano anche alcuni fra i suoi dipinti e disegni giovanili: l’influenza delle avanguardie del periodo è notevole, soprattutto l’Espressionismo Astratto, così come la sua attrazione per tutto ciò che era nuovo, personale, ambiguo ma autentico.

    Volevo che il suo lato luminoso fosse bilanciato con il suo lato oscuro“, afferma Moss in un’intervista a Vogue. “Quello che mi importava di più era mostrare tutti i lati di Sylvia.

    È stata un’occasione imperdibile ovviamente per gli appassionati della Plath, certo non proprio alla portata di chiunque qui in Italia, ma se siete fra i fortunati ad averla visitata di persona e avete il piacere di condividere la vostra esperienza con noi, mandatemi pure le vostre foto e video da pubblicare sul blog! Sarebbe bello un giorno poter avere una simile occasione anche in Europa, magari a Londra, città che Sylvia tanto amava. La speranza è l’ultima a morire, no?

    ~ Donatella

    Fonti:
    theguardian.com
    npg.si.edu
    vogue.com

  • La Campana di Vetro – Prima edizione italiana

    Dalla sovraccoperta:

    Nei paesi di lingua anglosassone, e soprattutto tra giovani lettori e lettrici, un mito non clamoroso ma insistente si va formando intorno a questo unico romanzo di una poetessa morta suicida nel 1963. Victoria Lucas è lo pseudonimo che apparve sulla copertina della prima edizione de La Campana Di Vetro, Esther Greenwood è il nome della protagonista; ma, nonostante questi lievi schermi o, forse meglio, questi buchi d’identità, la sostanza è chiaramente autobiografica. L’avvio del romanzo ci offre l’immagine, non inedita, di una giovane donna che, dentro la volgarità di un caratteristico contesto americano, mantiene intatti gli ardimenti, le ironie e gli spasmi della purezza. Un giorno, uno dei misteriosi urti nelle cose del mondo fa risuonare intorno a lei la vuota campana del suo isolamento: Esther precipita nel gorgo della follia e nella tentazione del suicidio. Rispetto ad altre “educazioni alla morte”, questa (che, nel romanzo, si conclude su una nota di fragile salvazione) colpisce per il proprio carattere innocente e irrimediabile: si svolge tutta nell’ambito di un vissuto che nega l’egemonia dell’interpretazione e la violenza psichiatrica; ha un commercio continuo e non simbolico con le superfici delle cose, con lo spazio improvvisamente vertiginoso e franante che si apre tra loro. La Campana Di Vetro ci rappresenta la follia come una zona di sabbie mobili dentro il mondo della materia e dei manufatti: il piede di ognuno di noi potrebbe incapparvi; messaggio apparentemente candido ma che, sostenuto da uno stile letterario insieme intenso ed esatto, trova eco e si allarga in cerchi nelle acque più segrete e turbate dei sensi e della coscienza.

    È così che nel 1968 La Campana di Vetro di Sylvia Plath appariva per la prima volta in Italia nella traduzione di Daria Menicanti, che ritroveremo in commercio fino alla terza riedizione del 2000, con questa sovraccoperta che ne descrive i contenuti ad un pubblico di certo di medio-alta istruzione. In tanti ricordano, infatti, la traduzione della Menicanti come ricercata, a tratti astrusa e persino arcaica, ben diversa da quella attualmente in commercio di Adriana Bottini che è, fin troppo per il mio gusto, alleggerita, “modernizzata” e cambiata in molte forme semantiche perdendo spesso l’intensità della figure della Plath. Ma probabilmente nel mondo di oggi si punta ad un altro tipo di lettori rispetto al ’68: l’ambiente dei libri è diventato maggiormente fruibile ad un pubblico più vasto, di diverse età e livelli d’istruzione, diventando quindi più inclusivo e anche i traduttori scelgono spesso di usare un linguaggio diverso. La verità, però, come sosteneva in un’intervista anche Stefania Caracci, grande studiosa di Sylvia Plath, è che la traduzione perfetta in italiano de La Campana di Vetro non esiste: bisogna leggerlo in inglese per vivere tutta l’enfasi, l’ironia e l’asfissia che Sylvia ha messo in questo romanzo, cambiare anche solo una parola o preferire un sinonimo più blando nelle sue traduzioni rovinerebbe ogni cosa.

    Prima edizione dall’archivio storico Mondadori tratta dal catalogo consultabile gratuitamente online.

    Della prima edizione del 1968, edita da Arnoldo Mondadori Editore, esistono due versioni esattamente identiche nei contenuti ma con due copertine diverse seppure entrambe rigide (non sono ancora riuscita a risalire al motivo). Entrambe uscite a febbraio del 1968, prima edizione, ma una sovraccoperta presenta un’opera di Giacomo Porzano, illustratore dell’epoca (quella che possiedo io), e nell’altra un’immagine dei grattacieli di NYC. Entrambe sono comunque abbastanza rare.
    A seguire, come detto, ne sono state fatte delle nuove edizioni. Quella del 1979 sembra essere una fra le più diffuse, con la nuova introduzione di Claudio Gorlier, copertina flessibile con nuovo lettering e nuovo nome dell’editore (Oscar Mondadori); poi un’altra del 1992 per una nuova collana economica “I Gabbiani” e l’ultima del 2000 con una nuova grafica più moderna ed un’illustrazione raffigurante due mani.
    La nuova versione con la nuova traduzione della Bottini appare per la prima volta nel 2005 (anno oltretutto della morte della precedente traduttrice) con una copertina simile alla precedente e un design leggermente cambiato. Quella attualmente in vendita dal 2016, fa sempre parte della collana Oscar, con cover flessibile e la foto di due fotografi, Angel Albarran e Anna P. Cabrera, in copertina.
    Qui di seguito, nell’incipit, potete vedere le totali differenze di registro usate nelle due traduzioni in italiano e confrontarle con il brano originale.

    Traduzione di Daria Menicanti (1968)Traduzione di Adriana Bottini (2005)Testo originale di Sylvia Plath (1963)
    Fu un’estate bizzarra e afosa quella in cui morirono sulla sedia elettrica i Rosenberg. Che cosa mai facessi allora, a New York, non lo sapevo davvero: divento proprio una stupida quando si esegue una condanna. L’idea stessa dell’esecuzione sulla sedia elettrica mi fa venire la nausea e sui giornali non si leggeva altro; da ogni angolo di strada, da ogni sbocco di sottopassaggio maleodorante di noccioline e muffa, i titoli dei quotidiani mi piantavano addosso i loro occhi sbarrati. Io non c’entravo per niente, ma non potevo fare a meno di chiedermi che cosa si provasse a morire bruciati, tutti i nervi bruciati. Secondo me era la cosa peggiore al mondo. Fu un’estate strana, soffocante, l’estate in cui i Rosenberg morirono sulla sedia elettrica, e io ero a New York e mi sentivo come un’anima persa. Io le condanne a morte non le reggo. L’idea della sedia elettrica, poi, mi fa star male fisicamente, e i giornali non parlavano d’altro: titoloni che mi guardavano fisso a ogni angolo di strada e all’imboccatura di ogni stazione della metropolitana con quell’odore di noccioline stantie. Non che mi riguardasse, ma non potevo fare a meno di domandarmi che effetto faceva, essere bruciati vivi lungo tutto i nervi. Dev’essere la cosa più orrenda che esiste, pensavo. It was a queer, sultry summer, the summer they executed the Rosenbergs, and I didn’t know what I was doing in New York. I’m stupid about executions. The idea of being electrocuted makes me sick, and that’s all there was to read about in the papers – google-eyed headlines staring up at me at every street corner and at the fusty, peanut-smelling mouth of every subway. It had nothing to do with me, but I couldn’t help but wondering what it would be like, being burned alive all along your nerves. I thought it must be the worst thing in the world.

    Come potete constatare quindi, i due registri linguistici sono ben diversi ma nessuna delle due traduzioni è letterale o rispetta enfasi e punteggiatura del testo originale. Nel testo della Menicanti ci sono diverse alterazioni di periodi, nell’altra invece c’è un modo particolarmente colloquiale di parlare che la Plath non adopera. La seconda di certo cattura di più l’attenzione di un lettore di oggi, incalzandolo sin dall’inizio, ma confrontandola con il testo originale si capisce subito di aver perso la poetica della Plath e ci sono anche strane scelte di traduzione che ne alterano il significato, come nel caso di “fusty” che viene riferito alle noccioline stantie piuttosto che all’odore che proviene dalla metropolitana di muffa e noccioline. Piccole differenze, ma che nello studio di una scrittrice come Sylvia Plath, per il mio personale e opinabile parere, sono fondamentali.
    Due traduzioni per ben sette edizioni differenti, insomma. A voi la scelta!

    ~ Donatella

    Fonti immagini: tutte le foto delle copertine sono prese dal web, tranne l’ultima che è una copia personale e quella dell’archivio Mondadori.


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