Sylvia Plath

Sylvia Plath
(1932 – 1963)

Biografia:

Sylvia Plath nacque a Boston, Massachusetts, il 27 Ottobre 1932 da Otto Plath ed Aurelia Schober.
Otto Plath era di origini tedesche, insegnante alla Boston University ed esperto conoscitore di api, argomento che lo portò a pubblicare un libro intitolato “Bumblebees And Their Ways“. Aurelia Schober, di ventun’anni più giovane del marito, di origine austriaca, era anche lei insegnante, ma dopo il matrimonio abbandonò la sua carriera su richiesta del marito per occuparsi della casa e dei figli. La coppia ebbe un altro figlio, Warren, nato il 27 Aprile 1935. Poco dopo, si trasferirono da Boston a Winthorp.
Otto Plath morì il 5 Novembre 1940, appena una settimana dopo l’ottavo compleanno di Sylvia, lasciandole per sempre un vuoto incolmabile. Era malato di diabete mellito, una malattia curabile già al tempo, ma si era convinto di essere malato di tumore, per questo non fece mai accertamenti e il diabete si aggravò a tal punto che lo portò all’amputazione di una gamba ed infine alla morte. Dopo la morte del marito, Aurelia dovette tornare a lavorare e lei e i figli si trasferirono a Wellesley, dove Sylvia rimase fino al college.
Sin da giovane eccelse in ogni materia, prediligendo arte e poesia. Amava moltissimo il disegno e la pittura, infatti, sin dall’adolescenza avrebbe voluto diventare sia un’artista che una scrittrice; in età adulta preferì dedicarsi maggiormente alla poesia e alla prosa, ma l’arte restò sempre una forma di espressione molto importante per lei: il suo sogno, rimasto purtroppo irrealizzato, sarebbe stato quello di utilizzare uno dei suoi disegni per la copertina de La Campana di Vetro.

Ottenne molto presto riconoscimenti per i suoi scritti, basti pensare che aveva appena otto anni quando le venne pubblicata la sua prima poesia in un giornale locale (il Boston Herald).
Lavorava sodo, spesso intensamente sotto pressione, ma ottenendo risultati eccellenti, per aggiudicarsi borse di studio che le permettessero di continuare a studiare. Nel 1950 riuscì ad ottenere la borsa di studio per lo Smith College, offerta da Olive Higgins Prouty, una famosa scrittrice dell’epoca, con cui restò sempre in contatto, ed iniziando quindi la sua vita da studentessa al college, lontana da casa.


La vita del college era per lei eccitante e contemporaneamente stressante, fino a farla finire gradualmente in un vortice di apatia: la pressione per mantenere il massimo dei voti e tenersi la borsa di studio, la competizione con le altre ragazze, il vivere secondo le regole che la società dell’epoca si aspettava da una giovane donna americana degli anni ’50, persino i balli, le feste e gli appuntamenti al buio, cambiando un partner dopo l’altro, cominciavano a gravarle addosso come macigni. E’ in questo periodo comunque che cominciò a scrivere e mandare poesie, articoli e racconti brevi a vari giornali, ricevendo quasi sempre esiti negativi ma talvolta anche delle pubblicazioni.
Nel 1953 vinse il primo premio di un concorso indetto dalla rivista Mademoiselle con un racconto breve, aggiudicandosi un’esperienza redazionale a NYC nel giugno di quell’anno. Questa esperienza viene perfettamente descritta nel suo unico romanzo, La Campana di Vetro (The Bell Jar).
Da quel momento in poi, però, tutto iniziò ad incrinarsi e precipitare, lei tornò da New York avvilita ed esausta mentalmente, e la cosa si aggravò dopo aver saputo di essere stata rifiutata al corso di scrittura estivo di Harvard a cui teneva molto.
Il 24 Agosto 1953, quella terribile estate della Campana di Vetro, Sylvia tentò per la prima volta il suicidio: lasciò un biglietto con scritto che andava a fare una passeggiata e che sarebbe tornata l’indomani; prese invece la scatola di sonniferi, una bottiglia d’acqua per ingerirli ed una coperta e si rinchiuse in un’intercapedine dello scantinato di casa sua. La ritrovarono due giorni dopo, salva per miracolo, ma costretta ad una lunga riabilitazione al McLean Hospital nel Belmont: è in quest’occasione che conobbe la psichiatra che la seguì per tutta la vita, la dr. Ruth Barnhouse Beuscher.


Dopo essersi ripresa, venne riammessa allo Smith College nel semestre primaverile del ’54 ed è in questo periodo che conobbe Richard Sassoon e Gordon Lameyer, con i quali ebbe delle relazioni. L’anno dopo si laureò con lode portando una tesina dedicata al tema del doppio in Dostoevskij (“Magic Mirror: the Double in Dostoevsky“) e vinse una borsa di studio per l’università di Cambridge, il Newham College, UK, dove completò i suoi studi.
Il primo ragazzo di cui Sylvia si fosse veramente invaghita fu anche il primo ad averla lasciata: trasferitasi in Inghilterra, continuò la relazione a distanza con Sassoon, che in quel periodo viveva a Parigi, e durante le vacanze invernali viaggiarono insieme per l’Europa, ma alla fine delle vacanze Sassoon la lasciò per lettera dichiarandosi non pronto ad impegnarsi.
Del tutto sola, in un paese straniero dove l’inverno era più freddo di quanto immaginasse, Sylvia attraversò un nuovo periodo di depressione.


Il 25 febbraio 1956 Plath comprò una copia della Saint Botolph’s Review, una rivista letteraria del college che contò un solo numero, in cui rimase colpita dalle poesie di E. Lucas Myers e ancor di più da quelle di un certo Ted Hughes. Quella sera, al Falcon Yard, ci sarebbe stata una festa per la pubblicazione della suddetta rivista e lei era impaziente di parteciparvi.
L’incontro con Ted è forse uno dei più emblematici della letteratura di tutti i tempi, raccontato nei minimi particolari nei diari di Sylvia e ripreso fedelmente anche nel film del 2003, “Sylvia” con Gwyneth Paltrow e Daniel Craig. E’ un amore a prima vista da entrambe le parti, una passione esplosa immediatamente, ebbero da subito un’intesa eccezionale e una stima reciproca, che li portava a stimolarsi creativamente a vicenda.
Seppure ancora ingarbugliata e impelagata sentimentalmente nella storia con Sassoon, proprio in nome di quella passione incontrollabile, Sylvia decise di passare una notte con Hughes prima di partire per Parigi e risolvere quella storia definitivamente. Ma Sassoon, che aveva iniziato a frequentare più donne, non volle farsi trovare; Sylvia, disperata, decise di lasciarsi tutto alle spalle e partire per le vacanze estive con l’amico Gordon Lameyer. Mentre si trovava a Roma, Hughes le scrisse una lettera d’amore che la convinse a tornare a Londra immediatamente.
Si sposarono quello stesso anno, il 16 Giugno 1956 (il noto Bloomsday), nella chiesa di St. George The Martyr a Bloomsbury, Londra, con la sola madre di Sylvia per testimone. La loro luna di miele di un mese si svolse fra lo Yorkshire, luogo d’origine di Ted, in cui Sylvia conobbe la sua famiglia che non era neanche a conoscenza del loro matrimonio, la Francia e la Spagna. Di questo periodo felice si contano tante lettere, appunti, disegni e sketches fatti da Sylvia durante il viaggio, che, come testimoniano le foto, si portava dietro anche l’inseparabile macchina da scrivere.


Nell’estate del 1957 decisero di trasferirsi negli Stati Uniti ed è da quel momento che Sylvia iniziò a battere a macchina e ad inviare le poesie di Hughes ad editori americani e inglesi: quell’anno lo iscrisse perfino al concorso del New York Poetry Center in cui Hughes vinse il primo premio senza neanche sapere di avervi partecipato, che lo portò alla pubblicazione del suo primo libro di poesie “Il Falco Nella Pioggia” (The Hawk In The Rain) edito da Harper & Row. In quell’estate tornarono brevemente in Inghilterra per gli esami di Sylvia a Cambridge e per passare del tempo nello Yorkshire, poi tornarono in America dove Sylvia accettò il posto da insegnante allo Smith College.
Dopo appena un anno, però, la vita accademica iniziò a soffocarli e decise di lasciare il posto per dedicarsi unicamente alla scrittura, trasferendosi a Boston e trovando l’anno dopo un lavoretto part-time come segretaria al Massachusetts General Hospital.
Quello stesso anno partecipò al seminario di scrittura di Robert Lowell in cui conobbe fra gli altri, Anne Sexton.


Nell’estate 1959 soggiornarono nella colonia per artisti di Yaddo, dove Sylvia iniziò finalmente a liberare la sua voce interiore e a scrivere alcune fra le sue migliori poesie, ed è qui che scoprì anche di essere incinta della sua prima figlia. Si trasferirono nuovamente nello Yorkshire per volere di Ted, andando a vivere temporaneamente con sua sorella Olwyn Hughes, la quale ebbe sempre un amore morboso per il fratello e un’ovvia repulsione per la cognata.
Il 1960, comunque, segnò finalmente un periodo di buone notizie: in febbraio Sylvia firmò il suo primo contratto con la casa editrice Heinemann pubblicando la sua prima raccolta di poesie, “Il Colosso” (The Colossus And Other Poems), trovarono un appartamento a Londra nella zona di Primrose Hill che Sylvia amava tantissimo, e in aprile nacque la loro primogenita Frieda Rebecca.


Qualche tempo dopo Sylvia rimase nuovamente incinta ma subì un aborto spontaneo e subito dopo un’appendicectomia che la costrinsero a passare del tempo in ospedale, rinvangando molto probabilmente i ricordi di quel 1953.
Il 1961 divenne un anno prolifico per lei: scrisse più di venti poesie, vinse un premio in un festival di poesia e la possibilità di pubblicare nel The New Yorker.
Nello stesso periodo Sylvia scrisse e completò il suo primo ed unico romanzo, La Campana di Vetro (The Bell Jar), tenendolo segreto perfino alla madre Aurelia, che quell’estate, venne a trovarli. Sylvia aveva sempre avuto una relazione complicata ed ambigua con la madre: nelle sue lettere leggiamo praticamente sempre parole da figlia devota e affettuosa, ma nel romanzo, nei suoi diari e nelle conversazioni con la psichiatra ritroviamo la descrizione di sua madre come una donna spigolosa, che le aveva impedito di piangere la morte del padre, che non l’aveva compresa durante la sua prima esperienza depressiva e che le aveva caricato addosso le aspettative e le apparenze che la distruggevano. Dopo la sua morte, infatti, osteggiò la pubblicazione de La Campana di Vetro in America, dichiarando che ci fossero persone ancora in vita che avrebbero benissimo potuto riconoscersi e sentirsi offese dalle parole scritte da sua figlia nel romanzo autobiografico.
Tornando al ’61, Sylvia e Ted, che non attraversavano i momenti più rosei della loro relazione poiché Sylvia iniziava a sospettare delle infedeltà del marito, decisero di trasferirsi in campagna e comprarono Court Green, una residenza nel Devon, sempre in Inghilterra. Dovettero far subentrare quindi dei nuovi affittuari per l’appartamento di Londra, e questi furono un giovane poeta Canadese e sua moglie, David e Assia Wevill.


Alla fine di quell’anno, SP aveva già finito di scrivere il suo romanzo e vinse un sussidio di duemila dollari (Saxton Grant) per scrivere il suo primo romanzo (che in realtà aveva appunto già terminato). Il 17 Gennaio 1962 nacque il secondo figlio Nicholas Farrar.
Nell’estate del ’62, Sylvia scoprì con certezza che i suoi sospetti erano fondati e che Ted avesse una relazione con un’altra, più precisamente con Assia Wevill, proprio nel momento in cui la madre Aurelia era venuta a trovarla per conoscere il nuovo nato. Tentarono di rimbastire il rapporto con un viaggio in Irlanda, ma pochi giorni dopo Ted se ne andò e Sylvia dovette tornare da sola nel Devon. Poco dopo decisero di separarsi legalmente, ma non di divorziare seppure la madre e gli amici di Sylvia spingessero maggiormente per quest’opzione.


Dall’ottobre 1962, rimasta sola coi bambini, Sylvia iniziò a scrivere le sue poesie più belle, quelle che verranno poi pubblicate in Ariel, posseduta dal “suo demone interiore” finalmente libero di uscire durante le notti insonni.
Nel dicembre di quell’anno Sylvia si trasferì coi figli a Londra, nell’appartamento al numero 23 di Fitzroy Road dove una volta aveva abitato W. B. Yeats, uno dei suoi (e di Hughes) poeti preferiti, considerando quell’appartamento il segno benevolo del suo nuovo inizio.
Seppure fossero separati e Ted continuasse la relazione con Assia, quest’ultimo veniva a trovarli molto spesso, mantenendo relativamente dei buoni rapporti con la Plath e facendo sperare in un loro riappacificamento a breve. Della relazione clandestina era al corrente anche il marito di Assia, ma non era intenzionato a procedere al divorzio: la loro non poteva essere una relazione seria, lei non ne cercava e l’idea della maternità le repelleva. Si seppe solo dopo, però, che Assia era incinta di Hughes in quel periodo, e abortì poco dopo, ma per quel che riguarda Sylvia, non sappiamo con certezza se fosse a conoscenza o meno di questa gravidanza (e quindi se abbia gravato sul suo suicidio).

Il 14 gennaio 1963 venne pubblicato dalla Heinemann per la prima volta The Bell Jar sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas, che Sylvia decise di usare proprio perché fortemente autobiografico. Il suo editore americano, però, lo aveva rifiutato e disprezzato.
Le ultime pagine dei suoi diari sono state dichiaratamente distrutte da Ted, quindi rimane molto difficile riuscire a ricostruire realmente gli ultimi giorni di Sylvia Plath in quel famigerato inverno più rigido degli ultimi cinquant’anni di Londra. Ciò che si sa per certo è che passò il suo ultimo weekend nella casa di Jillian Becker e suo marito, come lei stessa racconta nel suo libro “Giving Up: The last days of SP“, che soffrisse di depressione, prendesse pillole per dormire ed alzarsi la mattina, che avesse difficoltà di ogni sorta, anche economiche, e che in quel weekend fosse uscita con Ted e stessero pensando di tornare insieme.


Tornata, però, sola nell’appartamento freddo e triste, nelle prime ore del mattino dell’11 Febbraio 1963, a soli trent’anni, Sylvia decise di suicidarsi, mettendo la testa nel forno a gas, sigillando la porta della cucina, non prima di aver protetto i suoi bambini nella stanza di sopra, aver spalancato la loro finestra e aver preparato loro un bicchiere di latte e un piatto di biscotti.
Aveva lasciato un biglietto con su scritto il numero del suo dottore da chiamare, sembrava aver calcolato di poter essere salvata perché sapeva che il suo vicino di casa sarebbe uscito presto e che la mattina successiva sarebbe dovuta venire una ragazza per aiutarla con i bambini, per questo si crede che Sylvia volesse giocare per l’ennesima volta con la morte ma non davvero morire. Purtroppo le cose non sono andate nel modo in cui lei aveva previsto…
Sylvia Plath venne sepolta nel cimitero di Heptonstall, nello Yorkshire, che ogni anno conta la visita di migliaia di suoi estimatori, compresi personaggi noti come Patti Smith.


Entrando nell’appartamento, Ted trovò il manoscritto di Ariel con tutte le sue ultime poesie e le fece pubblicare, in una forma riveduta e corretta, nel 1965. La versione originale è stata pubblicata solo nel 2004 dalla figlia Frieda, “Ariel: The Restored Edition“, edita solo in inglese.


Negli anni, Hughes continuò la relazione con Assia, dalla cui unione nacque una bambina nel 1965, Alexandra Tatiana Elise, detta Shura, che però venne riconosciuta da Wevill, che risultava essere ancora il marito di Assia. Quello stesso anno Assia lasciò definitivamente il marito per vivere con Hughes. Ma Ted, ormai risucchiato dal senso di colpa e dal lascito di Sylvia, idolatrava a tal punto la moglie defunta che Assia iniziò a sviluppare una profonda ossessione per lei, densa di rivalità e invidia per il genio della Plath, a tal punto da cercare di emularla in tutto, vivendo nella sua casa del Devon, usando gli oggetti che le erano appartenuti e occupandosi dei figli di lei. Si ammalò presto di depressione, lei e Ted si lasciarono, pur mantenendo i rapporti per la figlia, ma Assia era ormai succube della sua ossessione e della disapprovazione e disprezzo che leggeva negli occhi degli altri e il 23 Marzo 1969 decise di emulare in qualche modo anche il suicidio di Sylvia, trascinando, però, con sé anche l’innocente figlia di quattro anni: diede dei sonniferi a Shura, li prese anche lei, lasciò aperto il gas, si mise a letto abbracciando la figlia e si lasciò morire con lei.

Ted Hughes venne accusato da diversi estimatori e gruppi femministi di essere stato un uomo violento e coercitivo nei confronti della prima moglie e della seconda compagna, entrambe portate al suicidio, al punto che più di una volta la tomba della Plath subì degli atti vandalici in cui il cognome Hughes veniva rimosso. Tali accuse sono state respinte più di una volta dalle parole della figlia Frieda che lo ricorda come un padre e un marito amorevole nei loro confronti e dell’ultima moglie, Carol Oates, che gli rimase accanto fino alla fine. Hughes scelse il silenzio, non si difese mai dalle accuse, ma portò avanti l’opera della Plath, seppure spesso rimaneggiata per varie scelte personali o dovute.
Nel 1981 fece uscire una raccolta di poesie di Sylvia, chiamata semplicemente Collected Poems, che le valse la vincita postuma del prestigioso Premio Pulitzer per la poesia, la prima volta nella storia del premio.
Il 28 Ottobre 1998 Ted Hughes morì. Pochi mesi prima di morire, però, a ben 35 anni dalla morte di Sylvia, Hughes scelse finalmente di parlare, a suo modo, della loro vita insieme e in qualche modo anche della sua vita senza di lei, dando alle stampe una splendida raccolta di poesie intitolata “Lettere di Compleanno” (The Birthday Letters), in cui quasi la totalità delle poesie sono indirizzate direttamente alla Plath o parlano di lei e del loro amore.
Secondo una clausola da lui stabilita, inoltre, dopo la sua morte e quella di Aurelia, che era avvenuta nel ’94, nel 2000 vennero date alle stampe altre pagine mai pubblicate dei diari di Sylvia che coprivano un periodo dal 1950 al 1962. Fino a quel momento i diari di Sylvia, che lei aveva scritto quasi ininterrottamente dal 1944 fino alla sua morte erano stati editi solo in una versione ridotta di oltre il 25% con omissioni e censure da parte di Hughes. In italiano esistono ancora solo in questa versione rimaneggiata e censurata, mentre in inglese esistono i “The Unabridged Journals of Sylvia Plath“, editi da Anchor Books in America e da Faber & Faber in Inghilterra, copiati fedelmente dai manoscritti originali conservati allo Smith College da Karen V. Kukil. Si dice che un’altra clausola scadrà a 60 anni dalla morte di Sylvia, nel 2023.
Nel 2018 è stato pubblicato da Faber & Faber (non edito in italiano) un racconto breve di Sylvia mai pubblicato nella sua versione originale: “Mary Ventura & The Ninth Kingdom“, che va ad aggiungersi alle sue numerose storie brevi raccolte in Jhonny Panic E La Bibbia dei Sogni (Jhonny Panic And The Bible of Dreams) e alla manciata di storie per bambini. Si tratta di una piccolissima ma preziosissima perla di rara bellezza e genio della Plath, scritta nel suo periodo allo Smith College, con l’obiettivo di vederla pubblicata sulla rivista Mademoiselle, ma la storia venne considerata troppo “dark” e allegorica e venne rifiutata. Quella data alle stampe dalla Faber è la versione originale inedita.


Nel 2009, purtroppo, anche il loro figlio Nicholas scelse di suicidarsi, dopo una lunga depressione.
Resta la figlia Frieda, che oggi è una stimata pittrice e poetessa anch’essa, che cura le immagini e i diritti dei suoi genitori con passione e amore, il frutto del loro lascito d’amore.

In alto: Sylvia Plath e Ted Hughes con in braccio la figlia Frieda appena nata, 1960; Sotto: Sylvia Plath con i due figli, Frieda e Nicholas a Court Green, Luglio 1962, fonte: poetryfoundation.org; Accanto: Frieda e Nicholas nel giorno dello svelamento della placca per SP nell’appartamento di Primrose Hill, 2000, fonte: sylviaplathforum.com.

Fonti:

Sito di Peter K. Steinberg www.sylviaplath.info
Tutte le poesie di SP, a cura di Anna Ravano, Mondadori
Sylvia Plath, Linda Wagner-Martin, Castelvecchi editore
The Last Days of Sylvia Plath, Jillian Becker

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