Le Muse Inquietanti – Sylvia Plath & Amelia Rosselli

Copia personale. Le Muse Inquietanti, prima edizione 1985, Arnoldo Mondadori Editore.

Nel 1985 esce questa raccolta di poesie di Sylvia Plath curata da Gabriella Morisco e tradotta insieme alla poetessa Amelia Rosselli. Fino a quel momento l’unica altra raccolta di poesie edite in italiano era “Lady Lazarus ed altre poesie“, curate dal poeta e traduttore Giovanni Giudici, che nel 1976 ricevette addirittura il premio Monselice di traduzione per essa. Mi perdoneranno i suoi estimatori ma quelle traduzioni non facevano onore a nessuno, con interpretazioni piuttosto fantasiose, errori di senso e linguaggio totalmente alterato, sta di fatto che la voce della Plath ne usciva totalmente distrutta, se non inesistente, come ammette la stessa Rosselli in un’intervista riportata alla fine di quest’articolo. Le Muse Inquietanti è, invece, finalmente la prima raccolta di poesie in italiano in cui risalta la viva voce di Sylvia Plath, tradotte finalmente attenendosi il più vicino possibile all’originale, restituendole la forza poetica e vitale, con una scelta libera di poesie ordinate cronologicamente e tradotte singolarmente da Amelia Rosselli e Gabriella Morisco. Quest’ultima cura anche l’edizione del libro ed un’introduzione che definirei a dir poco magistrale, partendo dal metodo traduttivo fino a sviscerare criticamente le poesie scelte, con uno sguardo attento alla vita e agli altri scritti di Plath. All’epoca tradotte in italiano c’erano solo le Lettere alla Madre (1979, Guanda Editore), ma nell’introduzione la Morisco cita spesso anche i Journals (Diari) che vedranno la luce in Italia solo nel 1998 con Adelphi, mentre in US erano già stati pubblicati nel 1981-82. Quest’analisi sottolinea, quindi, quanto certosino sia stato il lavoro dietro questo volume, spinto da un vero ed approfondito interesse per la poetessa.
Per maggiori informazioni sul catalogo italiano di Sylvia Plath leggi qui.

Dall’introduzione de Le Muse Inquietanti:

“Percorrere ancora una volta la difficile via della poesia plathiana cercando di liberare il cammino dalle troppe etichette e congetture, letture e misletture accumulatesi in vent’anni di critica, diventa un’impresa quasi impossibile. Impossibile tornare nuovi di fronte alla sua opera e tentare, senza preconcetti, di capire qualcosa di più o di diverso della donna, della poetessa e della sua morte, realtà, queste, inscindibili fra loro e che hanno contribuito alla creazione di un mito così complesso e contraddittorio. (…) L’unica interpretazione, forse, ancora proponibile è quella più diretta della traduzione. Se è vero che la traduzione non si limita ad una semplice funzione di testimonianza e ad una trasmissione imprecisa di contenuto inessenziale, ma tende invece all’espressione del rapporto più intimo delle lingue tra loro rinnovando l’essenza del testo originale, questa nuova raccolta di traduzioni presenta una lettura per quanto possibile trasparente della Plath meno nota. (…) Il criterio di traduzione trasparente è inteso nell’accezione di Walter Benjamin che considera la vera traduzione come quella che non deve mai coprire l’originale. Solo così la pura lingua, cioè il suo nucleo non comunicabile può essere preservato e trasmesso.”

Le poesie scelte e tradotte da Amelia Rosselli sono: La Cornacchia Nel Tempo Piovoso, Autunno Del Ranocchio, Il Giardino Del Maniero, I Campi Di Parliament Hill, Canto Del Mattino, Cime Tempestose, La Luna E Il Tasso, Piccola Fuga, Apprensioni, Amnesiaco, Ariel, Talidomide, Mistica.

Quelle scelte e tradotte da Gabriella Morisco sono: Le Muse Inquietanti, Metafore, Il Colosso, Poema Per Un Compleanno, Pentecoste, Ore Piccole, Il Peso Delle Donne, Vedova, Una Sembianza, Attraversando L’Acqua, Olmo, L’Acchiappaconigli, Avvenimento, Berck-plage, Per Un Figlio Senza Padre, Il Detective, Lo Sciame, A Lume Di Candela, Il Piccolo Nick E La Candela, Purdah, Alberi D’Inverno, Totem, Bambino, Parole.

Sylvia Plath (1959) fotografata da Rollie McKenna, National Portrait Gallery ©; Amelia Rosselli fotografata da Dino Ignani ©.
ARIEL Traduzione di Amelia Rosselli
Stasis in darkness.
Then the substanceless blue
Pour of tor and distances.

God’s lioness,
How one we grow,
Pivot of heels and knees!—The furrow

Splits and passes, sister to
The brown arc
Of the neck I cannot catch,

Nigger-eye
Berries cast dark
Hooks—

Black sweet blood mouthfuls,
Shadows.
Something else

Hauls me through air—
Thighs, hair;
Flakes from my heels.

White
Godiva, I unpeel—
Dead hands, dead stringencies.

And now I
Foam to wheat, a glitter of seas.
The child’s cry

Melts in the wall.
And I
Am the arrow,

The dew that flies
Suicidal, at one with the drive
Into the red

Eye, the cauldron of morning.
Stasi nell’oscurità.
Poi gli azzurri insostanziali
Versano cime e distanze.

La leonessa di Dio,
Come uniti cresciamo,
Perno di tacchi e ginocchia! – Il solco

Si spacca e passa, sorella al
Bruno arco
Del collo che non posso fermare,

More dal negro occhio
Spargono cupi
Ganci –

Boccate nere di dolce sangue,
Ombre.
Qualcos’altro

Mi tira in aria –
Cosce, capelli;
Scaglie dai miei tacchi.

Bianca
Godiva, io mi sbuccio –
Mani morte, urgenze morte.

E ora io
Schiumo come grano, uno scintillio di mari.
Lo strillo del bambino

Si fonde nel muro.
E io
Sono la freccia,

La rugiada che giace
Suicidale, una con la spinta
Nel rosso

Occhio, la fucina del mattino.
Si nota subito la traduzione aderente all’originale in metrica e significato e un orecchio attento ad imitarne il suono poetico.
Amelia Rosselli

Amelia Rosselli è oggi troppo poco conosciuta dai lettori contemporanei, ma è una pietra miliare della letteratura italiana; conosciuta soprattutto per aver sperimentato una fusione tra verso e musica, Amelia era, infatti, poetessa, organista ed etnomusicologa, e per lei che era trilingue, la traduzione letteraria era solo un “divertente esercizio”.
Nacque appena un paio di anni prima di Sylvia Plath, nel 1930, a Parigi, da madre inglese attivista del partito laburista britannico, Marion Catherine Cave, e dall’italiano Carlo Rosselli, antifascista e teorico del Socialismo Liberale, che venne assassinato insieme al fratello dalle milizie fasciste francesi su ordine di Mussolini e Ciano.
Da quel momento iniziò la vita da esule di Amelia, fuggita con la madre prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti, e infine, per completare gli studi, in Inghilterra. Tornò in Italia solo nel 1946 dove divenne presto parte attiva della scena politica e culturale del paese, divenendo membro del partito PCI e conoscendo personaggi come Pier Paolo Pasolini, con cui ebbe una lunga amicizia, Carlo Levi, con cui ebbe una relazione amorosa, Rocco Scotellaro, Carmelo Bene, con cui collaborò in importanti progetti teatrali, e il pittore Renato Guttuso, un altro “pseudopadre” di vent’anni più grande con cui ebbe una storia. Per questo suo peregrinare e questo suo stato di apolide, l’amico Pasolini la definì “cosmopolita”, anche se a lei questa definizione non piaceva, preferiva definirsi “figlia della seconda guerra mondiale” poiché proveniente da una famiglia di rifugiati costretti alla fuga. Per il suo plurilinguismo iniziò a tradurre per case editrici e per la Rai ed iniziò a pubblicare componimenti poetici dal 1963 in riviste e raccolte. Non ebbe mai il successo che avrebbe meritato, però, passando la sua vita in precarietà economica, nonostante il suo mirabile talento, le conoscenze fra i salotti culturali, la parentela col famoso Alberto Moravia (erano cugini da parte di madre) e ad essere stata l’unica donna inclusa da Pier Vincenzo Mengaldo nell’antologia Poeti italiani del Novecento (1978).

Oltre alla poesia, tante sono le similitudini fra la sua vita e quella di Sylvia, a partire dalla perdita del padre in tenera età che segnerà le loro vite e il loro genio poetico. Entrambe attraversarono devastanti periodi di depressione che portarono al ricovero in cliniche, all’elettroshock e alle varie cure dell’epoca fra cui gli shock insulinici. Infine, il suicidio. Amelia Rosselli scelse di togliersi la vita esattamente trentatrè anni dopo Sylvia, l’11 febbraio del 1996, gettandosi dalla finestra di casa sua in Via del Corallo a Roma dove oggi vi è esposta una targa in sua memoria, suggellando definitivamente il loro legame. È sepolta nel cimitero acattolico di Roma nel quartiere Testaccio, in quello che per me è uno dei più bei cimiteri monumentali al mondo, in compagnia di grandissimi personaggi quali John Keats e l’amico pittore Joseph Severn, Percy B. Shelley, Carlo Emilio Gadda, Antonio Gramsci, lo scultore William Wetmore Story e ultimo Andrea Camilleri.

Source: Wikipedia.org

Amelia Rosselli parlò di Sylvia Plath già qualche anno prima della pubblicazione de Le Muse Inquietanti in un noto saggio intitolato “Istinto di Morte, Istinto di Piacere” (1980), che oggi potete trovare in questa raccolta di scritti a lei interamente dedicata di Trasparenze, acquistabile su Amazon in versione ebook oppure dal loro sito in cartaceo, oppure ne L’opera Completa di Amelia Rosselli de I Meridiani Mondadori.

Come ultima cosa, vi lascio un’interessante intervista degli anni ’80 di Marco Caporali, scrittore e poeta, ad Amelia Rosselli, intitolata Donne Che Traducono Donne: Amelia Rosselli E Sylvia Plath tratto da La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli:

Nel suo attico di via del Corallo, davanti a una lunga finestra che s’apre sui tetti della vecchia Roma, Amelia Rosselli mi mostra l’ultima ristampa di 31 poesie da Serie ospedaliera, introvabile ormai nella prima edizione del Saggiatore, che la casa editrice SE ha rimesso in circolazione proprio in questi giorni. Il nuovo titolo è La libellula, dal poema omonimo del ’58 presente anch’esso nella raccolta. Tra Variazioni belliche (Garzanti ’64) e Documento (Garzanti ’76), Serie ospedaliera è stato il suo secondo volume di versi ad essere pubblicato. È infatti il 1980 l’anno di edizione presso Guanda di Primi Scritti (poesie dal ’50 al ’60). Questi primi componimenti erano scritti in tre lingue (italiano, inglese, francese). In seguito la Rosselli, per molti anni vissuta all’estero, ha optato in via definitiva per la lingua italiana. Il suo ultimo poemetto è Impromptu (San Marco dei Giustiniani ’81). Appunti sparsi e persi, che raccoglie quelle poesie tenute fuori da Documento, uscito presso Ælia Lælia nel 1983.
L’occasione del nostro incontro è data dalla recente pubblicazione presso Mondadori di una scelta di poesie di Sylvia Plath, Le muse inquietanti, splendidamente tradotte da Amelia Rosselli e Gabriella Morisco, che ha anche curato il libro e scritto l’introduzione. Già nel 1976 Mondadori pubblicò una prima raccolta dal titolo Lady Lazarus e altre poesie con traduzione di Giovanni Giudici, ma nonostante la serietà del lavoro di Giudici si percepiva una scarsa sintonia del poeta con l’universo formale e l’immaginario di Sylvia Plath.

Pur nell’inusuale veste di traduttrice, la Rosselli rimane soprattutto uno dei maggiori poeti contemporanei.
Le chiedo quindi per prima cosa se esistano tratti comuni tra il suo essere poeta e traduttore.
Dopo aver fatto le scuole in Francia mi sono trasferita per un anno in Inghilterra. Poi sono stata sei anni in America e di nuovo in Inghilterra. Ho conseguito in questi paesi due diplomi di maturità. Nei primi tempi a Roma studiavo musicologia e traducevo per le edizioni Comunità. È con questo lavoro che presi contatto più seriamente con la lingua italiana. Credo che lo scrivere e il tradurre s’incrocino un poco. Ma di solito riesco bene se sono io a scegliere il poeta, devo sentirlo vicino. Mi diverto molto a tradurre, è un buon esercizio. Uso spesso il dizionario, sono molto perfezionista e un po’ smemorata. Ho tendenza comunque a una traduzione letterale, estremamente vicina al testo anche sul piano ritmico musicale. Questo è molto importante, non vorrei imporre il mio stile. Ma nel caso di Sylvia Plath non c’era il rischio di imporsi, è troppo forte la sua personalità.

Quando iniziò a tradurre le poesie della Plath?
Nel ’75 ho tradotto per «Nuovi Argomenti» quattordici poesie poi riprese e perfezionate per Mondadori. In quello stesso anno la Rai mi propose un lavoro sui poeti americani non beat. Rimasi molto colpita da Berryman e dalla splendida traduzione di Sergio Perosa.

Quindi per lei l’essenziale è l’aderenza formale al testo.
Con la poesia della Plath si può tradurre parola per parola, conoscendo benissimo l’inglese. Si può fare magari qualche inversione, ma il senso è chiaro senza alcuna necessità di reinventare la sua poesia. Bisogna stare molto attenti a quello che lei vuole, se l’aggettivo è maschile o femminile ad esempio.
Ha una scrittura paradossale, sarcastica e intelligente, sceglie un vocabolo magari facile ma lo fa con assoluta sicurezza. Mi sorprese molto da parte di una donna una potenza tale, un prorompere di genialità, e una specie di fredda acutezza quasi raggelante. L’ho anche confrontata con la Sexton, una poetessa sua amica e anche lei suicida. Ma non ci sono possibili confronti.

Nelle Muse Inquietanti la scelta delle poesie è molto diversa da quella di Giudici. Qual è stato il criterio seguito?
Mi piace molto Giudici come poeta e come traduttore, ma mi ha detto lui stesso che non ama la Plath. Ha imposto il suo stile. Ho notato inoltre che ha scelto tutte le poesie più biografiche e scettiche, al punto da risultare aspre e deluse. Non sono queste le più belle poesie. In quelle scelte da me, come anche in quelle della Morisco, c’è più pienezza di vita, senso della natura. Sono le poesie più sonore, più agréable. Poi credo che sia più facile per una donna amare la Plath.

L’immaginario e la psicologia di Sylvia Plath sono molto femminili. Si percepisce che sono poesie di una donna. Che ne pensa?
Sì, ma non è mai stucchevolmente femminile, non rappresenta mai l’anima femminile come genere in sé. Quando sceglie qua e là metafore e temi di questa natura lo fa per ricordare al pubblico il suo sesso. Ma quando non ci bada non si indovinerebbe mai. Ha una sua virilità femminile. Stilisticamente è un poeta a sé, non si può dire da chi derivi.

Alcuni critici, come Nims e Davison, sostengono che la sua prima raccolta The Colossus sia ancora in una fase di sperimentazione che prepara la successiva Ariel. È qui che troverebbe la sua originalità. È d’accordo?
Una potente genialità è anche nelle prime poesie di The Colossus, ma questa prima raccolta è ancora un po’ scolastica. Poi a poco a poco scompare la scuola, l’esercizio. È molto interessante come riesca a superare apparentemente, con parole e metafore piazzate, il nesso sintattico. Ma c’è molta confusione al riguardo. Suo marito Ted Hughes ha preso in giro un mucchio di critici illudendoli che nei tre volumi che ha fatto pubblicare dopo la morte della moglie (ArielCrossing the Water, e Winter trees) le poesie seguissero un ordine cronologico e Ariel fosse proprio in un certo senso il testamento spirituale della Plath. Lo è, ma insieme agli altri due libri scritti tutti nel giro di due anni e mezzo. Soltanto nell’ultima edizione di Collected Poems che Hughes ha curato nel 1981 ogni poesia ha la sua data di composizione.

Crede che l’incontro con Ted Hughes sia stato determinante per il suo sviluppo stilistico? Lui ad esempio le rimproverava un uso eccessivo della metafora.
La poesia di Hughes non è alla sua altezza. Scrive poesie razionalistiche, sperimentali, non mi ha mai interessato. È un buon letterato, un buon consulente, ma gli manca un po’ la fantasia. In Sylvia non è un eccesso di metafora, ma un ricamo virtuosistico, anche sonoro, nient’affatto fastidioso. Hughes ha avuto per lei una grande importanza sul piano affettivo, ha cercato di farle da padre. Risulta dalle Lettere alla madre che lei fosse felice all’inizio del matrimonio, addirittura euforica. Ma quando scoprì che il marito riceveva le telefonate dell’amante a casa fu un terribile shock. È difficile inoltre per una donna conciliare la famiglia con l’arte. Lei ha voluto forse troppo la felicità, i figli e la grande poesia.

Sente un’affinità tra la sua poesia e quella della Plath?
Sono molto interessata alla sua musicalità, a certe procedure tecniche, inversioni sintattiche di cui parlavo. Non mi interessa però il personalismo, l’autobiografico. Mi riconosco anche nel suo senso dei colori, in una religiosità a volte frenata a volte prorompente, nella sua larghezza di linguaggio non certo accademica. Chi scrive è una persona molto sola, spiritualmente, stilisticamente sola.
Fonte

Altre fonti:
Biografia

~ Donatella

Letture d’approfondimento:

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