American Isis di Carl Rollyson

“Biographers have puzzled over what Ted Hughes meant when he claimed, rather dramatically, “It was either her or me”. This much is clear: He did not want to play Osiris to her Isis. Although he began their marriage thinking she needed him to complete herself, he gradually realized his role was to act as a corsort in her mythology. (…) In Her Husband, Diane Middlebrook has written persuasively about how Hughes perceived Plath as an incarnation of Robert Graves’s white goddess. But Plath saw herself quite differently. She resembles, it seems to me, an American Isis. She wanted to be an ideal mother and wife — but with her power, her magic, intact. (…) Plath has become the object of a cult-like following, her grave a pilgrimage site like the sanctuaries erected in honor of Isis.”

“Numerosi biografi si sono scervellati su cosa volesse significare la frase detta, piuttosto drammaticamente, da Ted Hughes, “Era sempre o lei o me”. È abbastanza chiaro: non voleva recitare il ruolo di Osiride al fianco di Iside. Anche se il loro matrimonio era iniziato pensando che lei avesse bisogno di lui per essere completa, ha gradualmente compreso che il suo ruolo fosse quello di recitare la parte del consorte nella personale mitologia di lei. (…) In Suo Marito, Diane Middlebrook ha scritto in maniera convincente di quanto Hughes percepisse la Plath come l’incarnazione della dea bianca di Robert Graves. Ma Plath si vedeva piuttosto diversa. A me pare somigliasse più ad un’Iside Americana. Voleva essere una madre e una moglie ideale — ma con il suo potere, la sua magia, intatti. (…) Plath è divenuta l’oggetto di una sorta di culto di seguaci, la sua tomba un luogo di pellegrinaggio come i santuari eretti in onore della dea Iside.”

Da questa premessa inizia la biografia di Sylvia Plath scritta da Carl Rollyson nel 2013. Carl Rollyson è un professore emerito di giornalismo al Baruch College, sito a Manhattan, New York. Ad oggi conta oltre 40 libri pubblicati, è uno stimato biografo che ha scritto delle vite di tanti personaggi della letteratura e dello spettacolo, come per esempio Marilyn Monroe, Susan Sontag, Rebecca West, William Faulkner. In virtù della sua esperienza di biografo, in questo libro si trovano spesso comparazioni di Sylvia con altri, soprattutto Marilyn Monroe: anche essendo due persone complesse e differenti, si legge come una comparazione fra donne recluse ad una ristretta cultura femminile della stessa epoca americana.

American Isis di Carl Rollyson

American Isis” è la prima biografia che Rollyson ha scritto su Sylvia Plath, ma proprio all’inizio di quest’anno ne è uscita una seconda, intitolata “The Last Days Of Sylvia Plath“, che si concentra maggiormente sull’ultima parte della sua vita e sui nuovi materiali a cui ha avuto accesso recentemente.
American Isis” è purtroppo una delle tante biografie mai tradotte in italiano, ma in inglese potete facilmente trovarla online, sia come ebook che come cartaceo.
In questo libro, Rollyson ricostruisce interamente la vita della Plath, partendo proprio dagli inizi, dalla sua infanzia spensierata vicino all’oceano a Winthorp fino alla morte del padre quando lei ha otto anni e al radicale cambiamento della sua vita. Una particolarità di questa biografia è che esplora anche la cultura popolare che ha formato Sylvia Plath, fra l’infanzia e l’adolescenza soprattutto, i programmi radio che ascoltava da bambina come “The Shadow Knows“, “Superman” e “The Lone Ranger“, i libri preferiti della sua adolescenza fra i quali spiccano “Via Col Vento” di Margaret Mitchell e “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, poi Virginia Woolf e le poesie di Sara Teasdale a cui si ispira per il primo famoso racconto che le viene pubblicato sulla rivista Seventeen, “And Summer Will Not Come Again“.

She was beginning to understand that for someone like herself, and like the women she admired – Sara Teasdale and Virginia Woolf – the idea of living happily ever after was the “fallacy of existence”.

“Stava iniziando a capire che per una come lei, e come le donne che ammirava – Sara Teasdale e Virginia Woolf – l’idea di vivere per sempre felice e contenta fosse il “falso mito dell’esistenza.”

A questo proposito, alla fine del libro c’è un’interessante appendice chiamata “Sylvia Plath’s Library” in cui l’autore pubblica dei brani sottolineati da Sylvia Plath nei suoi libri, contenuti oggi nella collezione dello Smith College. Si tratta di libri per lo più di Jung, D. H. Lawrence e di filosofi come Sant’Agostino e Hume. A testimonianza del fatto che le sue letture erano vaste e spaziavano argomenti diversi.

In ordine cronologico, quindi, con capitoli suddivisi per anni, ripercorriamo l’intero percorso di Sylvia, a cominciare dalle amicizie importanti della sua adolescenza: l’inseparabile Marcia Brown, amica che le ispira la storia “Mary Ventura & The Ninth Kingdom” con cui rimane in contatto fino agli ultimi giorni della sua vita; Nancy Hunter Steiner, la compagna di stanza allo Smith; Eddie Cohen, il ragazzo che la contatta dopo la pubblicazione della sua storia su Seventeen, forse il primo ad aver visto il suo vero talento e il suo vero io, con il quale rimane in contatto per diverso tempo; Hans-Joachim Neupert, un ragazzo tedesco la cui corrispondenza epistolare durò ben 11 anni.

Immancabile è anche l’analisi di tutte le figure maschili che appaiono (e scompaiono) nella sua vita prima di Hughes: il primo bacio rubato da un ragazzo estone, Ilo, l’estate del ’50 in cui lavorava nei campi; Dick Norton, ovvero il famigerato Buddy Willard in The Bell Jar, e suo fratello Perry; Myron Lotz, uno studente di Yale con cui esce per un periodo; Gordon Lameyer, un altro ragazzo conosciuto poco prima dell’estate 1953; Peter Davison, un tipo con cui esce solo un paio di volte, ma la cui conoscenza sarà importante anche in seguito perché pubblicherà molte delle sue poesie future, essendo editore al The Atlantic Monthly; e Richard Sassoon, il primo ragazzo di cui si era seriamente invaghita al punto da rincorrerlo a Parigi e che l’ha lasciata spezzandole il cuore.

She wanted, she confessed, the impossible: a “demigod of a man”, a “romantic nonexistent hero”.

Lo ammetteva, voleva l’impossibile: un “semidio”, un “eroe romantico inesistente”.

La sua ricerca termina con Ted Hughes, come tutti sappiamo. Ma nel bel mezzo di questi anni promettenti, c’è l’estate del 1953, in cui, poco dopo essere tornata da New York dall’esperienza redazionale di Mademoiselle, scivola in una spirale di depressione che la porta a tentare per la prima volta il suicidio, ingoiando dei sonniferi e salvandosi per miracolo.

Why did she descend into such a deep depression at the very moment when life should have been at a peak?

Perché è caduta in una tale depressione profonda proprio nel momento in cui la vita avrebbe dovuto essere all’apice?
Gli articoli di giornale dell’epoca che ne denunciavano la scomparsa e poi il ritrovamento.

Non lo sappiamo, probabilmente non lo sapeva nemmeno lei. Ma anche dopo essere stata dichiarata guarita dalla sua psichiatra del McLean Hospital, Ruth Beuscher, sono evidenti diversi casi di autolesionismo deliberatamente inflitto, come nel caso raccontato nel romanzo riguardante il personaggio di nome Irwin, con cui Esther ha un rapporto sessuale talmente violento che le procura un’emorragia. Tale scena, o sarebbe meglio dire, tale stupro è avvenuto realmente nella vita di Sylvia Plath, la storia viene confermata dalla compagna di stanza Nancy Hunter: questo professore era inizialmente uscito con Nancy che, capite le sue intenzioni, era riuscita a scappare per un soffio, ma pur sapendo quello che era successo, Sylvia accetta di uscire con lui e anche dopo essere stata violentata continua a vederlo; la sera in cui torna emorragica è la stessa Nancy che la accompagna all’ospedale. Rollyson scrive che un altro studioso di Plath, Peter K. Steinberg, sia riuscito a risalire alla vera identità di questo personaggio: si tratta, come nel libro, di un professore di matematica, Edwin Akutowicz, che ricordava perfettamente Sylvia.

Plath’s reckless involvement with Irwin – even after she had been warned by Nancy – seems a precursor of her later desire to take on the daunting Ted Hughes. (…) Hughes might have stepped right out of a Bronte novel. (…) She could not stop obsessing about him. She had already been told he was the biggest seducer in Cambridge.

Il coinvolgimento sconsiderato di Plath con Irwin – anche dopo essere stata avvisata da Nancy – sembra precursore del successivo desiderio di affrontare il temibile Ted Hughes. (…) Hughes potrebbe proprio essere uscito da un romanzo delle Bronte. (…) Lei non riusciva a smettere di ossessionarsi con lui. Le era già stato detto che fosse il più grande seduttore di Cambridge.

I dettagli della loro storia d’amore sono tutti raccontati minuziosamente nei Diari e nelle lettere di Sylvia, che la descrive ogni giorno di più come un sogno idilliaco di intesa di corpi e menti. E, a quanto pare, Hughes è altrettanto assorbito da Sylvia, tanto da decidere di sposarla il 16 giugno 1956, dopo appena quattro mesi circa di relazione, rinunciando (per quanto ne sappiamo) ad altre conquiste.

Ted & Sylvia, 1956.

He had apparently forsaken the rather dissolute life Sylvia had earlier imagined for him in her journal, and he seemed to have become thoroughly domesticated. He had opened his heart to Sylvia and identified with her dreams and ambitions as no other man had done.

Ha apparentemente abbandonato la vita piuttosto dissoluta che Sylvia nei suoi diari aveva inizialmente fantasticato lui avesse, e sembrava essere diventato del tutto addomesticato. Le aveva aperto il cuore e si era identificato con i sogni e le ambizioni di lei come nessun altro uomo aveva mai fatto.

Rollyson ci porta in giro per tutti i viaggi e i trasferimenti di Sylvia e Ted, dall’Inghilterra all’America e poi di nuovo all’Inghilterra, seguendo le loro vite, i loro successi ed insuccessi, riportando innumerevoli testimonianze, sia dai diari e dalle lettere di Sylvia ma anche da quelli di Ted.

Her haunting journal passage about a wounded bird she and Ted tried to nurse – and their failure, which ended in Ted gassing the bird to put it out of its misery – read like an unintended forecast of Sylvia’s own fate. She marveled at how beautiful, perfect and composed the asphyxiated bird looked in death.

L’inquietante brano del suo diario circa un uccellino ferito che lei e Ted avevano provato a curare – e il loro fallimento, che finisce con Ted che sopprime col gas l’uccellino per porre fine alle sue sofferenze – può vedersi come una previsione involontaria del destino di Sylvia. Era meravigliata da come l’uccellino asfissiato apparisse bello, perfetto e composto nella morte.

Un dettaglio dei suoi diari che avevo notato la prima volta che li ho letti e che trovo per la prima volta citato in una biografia. Mi sono domandata spesso se quell’orribile notte dell’11 febbraio 1963 non abbia pensato a quell’episodio di tanti anni prima, avvenuto nei giorni più felici con Ted.

The higher Sylvia stood in Ted’s estimation – especially after the publication of The Colossus – the more jealous Olwyn became.

Più Sylvia cresceva nella considerazione di Ted – specialmente dopo la pubblicazione di The Colossus – più Olwyn diventava gelosa.

In questa biografia, in modo piuttosto imparziale, l’autore indaga approfonditamente tutte le relazioni con le persone a lei più vicine: la figura controversa della madre Aurelia, generosa e debole, opprimente e immolata al sacrificio, con cui Sylvia ha un rapporto altrettanto ambiguo; il fratello Warren; i genitori di Hughes; e soprattutto la sorella di Hughes, Olwyn, che nonostante le loro risapute asperità già in vita, per volontà di Ted, diventerà la co-detentrice legale dei diritti delle opere di Sylvia dopo la sua morte, creando tantissimi problemi.

She mistakenly thought that with The Bell Jar she had put her trauma behind her. (…) Esther is not cured, any more than Plath’s demons had been banished. Indeed, as Esther observes in the novel, “How did I know that someday – at college, in Europe, somewhere, anywhere – the bell jar, with its stifling distortions, wouldn’t descend again?”

Aveva erroneamente pensato che con La Campana di Vetro fosse riuscita a lasciarsi alle spalle il suo trauma. (…) Esther non è guarita, non più di quanto i demoni di Plath fossero stati cacciati. Infatti, come osserva Esther nel romanzo, “Come potevo sapere che un giorno – al college, in Europa, da qualche parte, in qualunque parte – la campana di vetro, con le sue soffocanti distorsioni, non sarebbe di nuovo calata su di me?”

È la stessa cosa che Ted dichiara il giorno del funerale di Sylvia, raccontato nel memoir dell’amica che l’ha vista viva per l’ultima volta, Jillian Becker.

Why one person survives depression and another does not is a mystery, although Plath’s poetry reveals an attitude toward death that made suicide, in certain conditions, desiderable-even just.

Perché una persona sopravviva alla depressione e un’altra no è un mistero, sebbene la poesia di Plath riveli un’attitudine verso la morte che rende il suicidio, in certe condizioni, persino desiderabile.
La foto di copertina di “American Isis” ritrae Sylvia Plath nel 1954, tornata allo Smith College. Courtesy: Judith Snow Denison.

Il settimo capitolo di questa biografia ripercorre tutti gli eventi, fino al 2013 conosciuti, riguardo agli ultimi giorni di Sylvia, dalla separazione con Ted e il conseguente trasferimento coi figli a Londra, fino alla morte.

Ted told Aurelia that he was damned and did not want to be forgiven, presumably because of his role in destroying what he called “one of the greatest, tuest spirits alive” and a “great poet”.

Ted disse ad Aurelia di essere eternamente dannato e che non voleva essere perdonato, presumibilmente per il suo ruolo nel distruggere quella che lui chiamava “uno dei più grandi e più veri spiriti viventi” e “una grande poetessa”.

Tralasciando la devastazione nel ripercorrere per l’ennesima volta la sua vita e la sua morte, Rollyson non termina il libro con questo evento, ma prosegue per un altro capitolo che racconta tutti i fatti avvenuti dopo la morte di Sylvia. Questo capitolo rende il libro un must-have perché descrive con precisione tutte le orribili vicissitudini intorno all’eredità letteraria di Sylvia: come da un’iniziale puro sentimento di Ted, di rimorso e bisogno di far conoscere al mondo Sylvia Plath, si sia passati a becere questioni veniali con Olwyn che gestiva i diritti con lui speculando su qualunque cosa, tentando di affondare la leggenda di Sylvia Plath e innalzando e proteggendo fino all’inverosimile la figura del fratello, che nel frattempo veniva messo alla gogna per aver manipolato e controllato le opere e i diari di Sylvia. Senza dimenticare anche la sottomissione della madre Aurelia, che ha cercato in tutti i modi di mantenere dei buoni rapporti con Hughes per poter vedere i nipoti, che si è opposta per superficiali questioni di conseguenze legali alla pubblicazione di The Bell Jar in America fino al 1971, e che dietro ad un bisogno economico e un bisogno ancor più grande di volerle confezionare una reputazione di figlia amorevole e gioiosa, ha pubblicato una manciata della loro corrispondenza in Letters Home, debitamente censurata e infiocchettata non meno dell’imbavagliamento operato dagli Hughes.

Da sinistra: Gerard, il fratello che viveva in Australia, Olwyn e Ted.

Rollyson tratta con accuratezza anche la fondamentale problematica che ne è derivata riguardo alla stesura di biografie veritiere su Sylvia: gli Hughes, specialmente Olwyn, intendevano controllare ogni singolo fatto e parola e facevano ostruzionismo ad ogni biografo che tentava di scrivere un libro su Sylvia, portando tanti ad abbandonare l’impresa. L’unica biografia autorizzata dagli Hughes su Sylvia Plath è Bitter Fame di Anne Stevenson, che venne letteralmente scritta a quattro mani dalla biografa e da Olwyn, riportando la conseguente immagine di Plath, poco credibile per non dire altro, voluta da quest’ultima.

When Alvarez said the real crime was killing her little girl [referred to Assia’s suicide], Olwyn replied, “She could hardly have left Ted with another motherless child.” (…) Olwyn could scarcely contain her triumph and comtempt.

Quando Alvarez disse che il vero crimine era stato quello di uccidere la loro bambina [riferendosi al suicidio di Assia], Olwyn rispose, “Difficilmente avrebbe potuto lasciare Ted con un’altra figlia senza madre.” (…) Olwyn riusciva a malapena a contenere la sua esultanza e il suo disprezzo.

Tutti ricordano Olwyn come una donna insostenibile, fredda, attaccata ai soldi, morbosamente gelosa del fratello al limite dell'”incesto intellettuale” come scrive Sylvia dopo il loro famoso litigio del Natale ’60 e, se necessario, anche mistificatrice della realtà. Elizabeth Sigmund Compton, amica e vicina di casa di Sylvia e Ted nel Devon, nonché la Elizabeth a cui Sylvia dedica il suo unico romanzo, quando provò a raccontare quello che sapeva della loro separazione, si vide screditare pubblicamente da Olwyn dicendo che non era certo una loro amica intima, ma una persona che li aveva visti solo qualche manciata di volte. La sua testimonianza viene riportata in un’altra appendice di questo libro e la ricostruzione minuziosa dei fatti viene scritta da un’altra studiosa di SP, Gail Crowther, in un libro del 2015, anch’esso purtroppo solo in inglese: Sylvia Plath in Devon. Un’altra interessante testimonianza presente nelle ultime appendici è quella di David Wevill, marito di Assia Wevill, che si è sempre tenuto fuori da queste vicende per oltre cinquant’anni.

La mia copia in ebook.

Sembra palese che fino agli anni 2000, in cui finalmente vennero autorizzati gli Unabridged Journals, la Restored Edition di Ariel e infine la collezione completa delle Lettere, nessuno si fosse adoperato per liberare la vera voce di Sylvia. Ci auguriamo che la nuova direzione intrapresa dalla figlia Frieda continui, regalandoci altre voci inedite di Sylvia Plath.

~ Donatella

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