Following Her Steps… parte I – Heptonstall

Nell’agosto del 2018 ho compiuto uno dei viaggi più belli della mia vita. Desideravo da tantissimo tempo poter visitare il West Yorkshire e per il nostro decimo anniversario ci siamo regalati (mi ha regalato, dovrei dire, visto cosa gli ho fatto passare) quest’avventura. Mai avrei pensato che un viaggio avrebbe cambiato la mia vita così profondamente.

Sin da ragazzina avevo una passione smodata per le sorelle Brontë, Emily in particolare, che mi ha portata a collezionare negli anni varie edizioni di Wuthering Heights, il mio romanzo preferito, cominciando da quello che aveva letto mio padre da ragazzo. Ho conosciuto le ventose brughiere dello Yorkshire tramite le sue parole e ho iniziato a sognare di poter sfiorare anch’io l’erica che tanto amava.
Sognavo questo viaggio da molto prima di conoscere Sylvia Plath, molto prima di sapere che Emily Brontë sarebbe stata il tramite che mi avrebbe portata a lei.
Ho incontrato Sylvia diversi anni fa tramite la poesia che scrisse intitolata proprio Wuthering Heights: qualcuno l’aveva pubblicata su un blog e io ne sono rimasta rapita. L’ho conosciuta così, con una passione in comune per le sorelle Brontë. La vita è una concatenazione di eventi incredibili. Poco tempo dopo ho letto La Campana di Vetro, poi i suoi Diari e le sue poesie e ho iniziato ad appassionarmi sempre di più a lei, scoprendo il suo segreto mondo sepolto. Nel frattempo, la mia vita, come l’avevo conosciuta fino a quel momento, si sbriciolava, andando letteralmente in frantumi ed io non sapevo come rimettere insieme qualcosa che aveva perso pezzi.

Ho sentito dire a tanti che non consiglierebbero la lettura di Sylvia Plath se soffri di depressione, che le sue parole non ti farebbero più alzare dal letto, che ti trascinerebbe nel suo vortice. Penso che chi dica una tale sciocchezza non abbia capito nulla di Sylvia Plath.
Sylvia Plath era una creatura meravigliosa, con un entusiasmo unico per la vita, che viveva le emozioni al limite dell’intensità, nel bene e nel male. Identificarla solo con il suo suicidio o con la depressione di cui ha sofferto per diversi periodi della sua vita fa uno sgarbo a lei e a tutti coloro che, loro malgrado, hanno convissuto con essa. La depressione è una malattia subdola, ma non è trasmissibile o contagiosa: così come non si guarisce perché qualcuno dall’alto del suo scranno ti dice “la vita va avanti” o “ci sono persone con problemi più gravi”, nessuno può trascinarti nemmeno nel suo vortice depressivo, di solito non c’è altro spazio che per il tuo di abisso. Al contrario, conoscere l’intimità di qualcun altro con le tue stesse sofferenze ti fa comprendere e sentire compreso, ti fa smettere di vergognarti e sentirti sbagliato e ti da una motivazione, perché la depressione è uno stato d’animo represso, sottostimato ed ignorato dalla maggior parte delle persone.
Nella mia vita lei è entrata nello squarcio più profondo e vulnerabile che avessi mai avuto fino ad allora e lo ha rattoppato. Talvolta, anche chi non è riuscito a salvare se stesso, può salvare qualcun altro…

Keighley

Due settimane prima di partire per quel viaggio nello Yorkshire avevo perso un’altra delle colonne portanti della mia vita dopo una lunga e straziante malattia e desideravo solo ricevere qualcosa di bello da questa vita: avevo un bisogno vitale di segnali positivi.
È stato un viaggio lungo: prima ore in aereo per arrivare a Manchester, poi in treno per arrivare a Leeds e infine in autobus per giungere a Keighley, il paesino dove soggiornavamo. Il primo giorno partiamo subito alla volta di Heptonstall.
Nello Yorkshire ci muovevamo costantemente con i bus che collegano tutti i meravigliosi paesini circostanti e molto spesso anche a piedi. Per giungere ad Heptonstall si arriva nel paese di Hebden Bridge, che come suggerisce il nome è attraversato da un fiume, il Calder, e da tanti ponti particolari. Da lì, ci si dirige verso un sentiero acciottolato da percorrere a piedi, il sentiero più ripido che abbia mai visto, il Cobble Hill Path.

Il sentiero si snoda fra fitta boscaglia e rocce e gradoni coperti di muschio e quando si arriva in alto la vista è stupenda. Arrivati ad Heptonstall, incontriamo un paio di gatti sornioni dolcissimi: uno rosso che sonnecchiava in un’aiuola e uno nero che si aggirava fra muretti rocciosi, e riprendiamo fiato assaggiando i nostri primi scones inglesi.

Poi, ci ritroviamo di fronte alla vecchia chiesa, St. Thomas à Becket, che risale al 1200 ma che venne distrutta nel 1847 restando ad oggi solo un affascinante rudere.

La nuova chiesa, St. Thomas the apostle, dove si svolse il funerale di SP il 18 febbraio 1963, si trova poco più in là ed è alle spalle della chiesa che si scorge quello che viene chiamato New Graveyard, la parte più recente del cimitero in cui è sepolta Sylvia.

Potrebbe non essere facile trovarla inizialmente, niente indica il cimitero né la sua tomba, ma io, come ho detto sono in cerca disperata di segni, e lascio che il vento mi porti a lei. Il tempo in Inghilterra è tradizionalmente mutevole, ma mai come quel giorno ne ho avuto prova. Poco prima era soleggiato, dopo esser passata davanti alla chiesa, adesso si è alzato un vento particolarmente fresco per una giornata d’agosto da cui mi sento letteralmente sospinta. Entro, guidata da non so bene cosa, in un’altra zona del cimitero e addentrandomi fra le tombe, trovo la sua, la riconosco da lontano, sapevo che era lì.
All’improvviso, una simpatica figura sorridente mi si staglia davanti chiedendomi se sto cercando Sylvia Plath. Lo guardo incredula, rispondendogli di sì e lui mi accompagna davanti alla sua tomba e mi lascia sola con lei. Nonostante le mie immediate fantasticherie sul fatto che potesse trattarsi di un fantasma mandato lì a guidarmi, è spuntato fuori che fosse in realtà il guardiano “non ufficiale” del cimitero che si prende cura della tomba di Sylvia da decenni. Mi mostra una grossa agenda in cui ci sono tantissime foto scattate da lui di persone provenienti da tutto il mondo, molti gli americani, tende a sottolineare. Sì, perché la tomba di Sylvia è ormai da tantissimi anni luogo di pellegrinaggio giornaliero di suoi fans, che contano fra gli altri anche personaggi famosi come Patti Smith che ha visitato Heptonstall nell’estate del 2012.

Ci accompagna a vedere la tomba di un’altra americana che riposa nel cimitero come Sylvia, un’altra poetessa come Sylvia, Asa Benveniste, la cui epigrafe dice “Foolish Enough to Have Been a Poet” (Folle abbastanza da essere stata una poetessa). Presa dall’emozione, dimentico il nome del guardiano, che ritrovo però anni dopo in foto di altri Plath-fans, e scopro che si chiama Stuart Burn ed è un nativo di Heptonstall, uno dei pochi che ancora risiede lì, e che conosceva i genitori di Ted Hughes, i quali sono sepolti nello stesso cimitero di SP. Fonte
Ancora una volta penso a quanto la vita sia un misterioso garbuglio di fili che con tempo e pazienza riesci a sbrogliare, mettendo insieme i pezzi di un puzzle gigantesco e meraviglioso.

Rimasta sola davanti alla tomba di Sylvia, il vento si è placato ed io non riesco più a trattenere le lacrime. Mi ritrovo davanti al suo nome inciso sulla fredda pietra: “Sylvia Plath Hughes“, lo sfioro con le dita, la scritta “Hughes” è un po’ grattata, più chiara delle altre lettere, ma è leggibile. Spesso nelle foto si vedono tantissime penne conficcate nella terra davanti alla lapide, ma quel giorno non ce n’erano. Doveva esserci stato un matrimonio o qualcosa del genere, invece, perché qualcuno aveva lasciato sulla terra dei coriandoli a forma di cuore, che erano sparpagliati ovunque davanti alla chiesa. C’erano anche delle monete, qualche piantina di violetta e rosellina e altri fiori a me sconosciuti, un papavero giallo reciso e lasciato lì. Tocco la terra, le pietre intorno, i fili d’erba spontanea, e mi sento a casa. Per la prima volta, in quei giorni, dopo anni laceranti, mi sento in pace.

Non ho idea di quanto tempo abbia passato lì, seduta accanto alla sua tomba. Dopo un po’ sento approcciarsi un’altra figura, gli lascio il posto vicino a Sylvia, ma lui rimane lì davanti a guardare semplicemente la lapide e, non so come, ci ritroviamo a parlare di lei. Ha l’aspetto di un professore, o almeno così pare a me: un uomo distinto, con barba e capelli imbiancati che dovevano esser stati chiari, degli occhiali e un completo beige. Noto che tiene un libro di poesie di Sylvia sottobraccio, anche lui si trova lì per lei, e mi confessa che secondo lui la poesia perfetta fra le sue da recitare lì davanti alla sua tomba è “Love Letter“. Mi porge il libro ed io la leggo.

Not easy to state the change you made.
If I’m alive now, then I was dead,
Though, like a stone, unbothered by it,
Staying put according to habit.
You didn’t just tow me an inch, no-
Nor leave me to set my small bald eye
Skyward again, without hope, of course,
Of apprehending blueness, or stars.

That wasn’t it. I slept, say: a snake
Masked among black rocks as a black rock
In the white hiatus of winter-
Like my neighbors, taking no pleasure
In the million perfectly-chisled
Cheeks alighting each moment to melt
My cheeks of basalt. They turned to tears,
Angels weeping over dull natures,
But didn’t convince me. Those tears froze.
Each dead head had a visor of ice.

And I slept on like a bent finger.
The first thing I saw was sheer air
And the locked drops rising in dew
Limpid as spirits. Many stones lay
Dense and expressionless round about.
I didn’t know what to make of it.
I shone, mice-scaled, and unfolded
To pour myself out like a fluid
Among bird feet and the stems of plants.
I wasn’t fooled. I knew you at once.

Tree and stone glittered, without shadows.
My finger-length grew lucent as glass.
I started to bud like a March twig:
An arm and a leg, and arm, a leg.
From stone to cloud, so I ascended.
Now I resemble a sort of god
Floating through the air in my soul-shift
Pure as a pane of ice. It’s a gift.

16 October 1960
Non è facile esprimere il cambiamento che operasti.
Se sono viva adesso, allora ero morta,
Anche se, come una pietra, non me ne preoccupavo,
Rimanendo lì ferma per abitudine.
Non mi hai semplicemente spostata di qualche centimetro, no-
Né hai lasciato che il mio piccolo occhio cavo fissasse
Di nuovo il cielo, senza speranza, ovviamente,
Di comprendere il suo azzurro, o le stelle.

Non fu quello. Ho dormito, diciamo: un serpente
Camuffato da sasso nero in mezzo a sassi neri
Nel bianco riposo invernale-
Come i miei vicini, senza provare alcun piacere
Nel milione perfettamente cesellato di
Guance che si posavano ogni attimo per sciogliere
La mia guancia di basalto. Si trasformavano in lacrime,
Angeli piangenti su nature sbiadite,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime si congelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.

Ed io continuavo a dormire come un dito ricurvo.
La prima cosa che vidi fu l’aria pura
E le gocce bloccate che si levavano in rugiada
Limpide come spiriti. Molte pietre giacevano intorno
Dense e inespressive.
Non sapevo cosa farmene.
Brillavo, come scaglie di mica, e mi dispiegai
Per riversarmi come un fluido
Tra le zampe degli uccelli e gli steli delle piante.
Non mi ero ingannata. Ti riconobbi subito.

Albero e pietra luccicavano, senza ombre.
La mia breve lunghezza divenne lucente come vetro.
Iniziai a germogliare come un ramoscello di marzo:
Un braccio e una gamba, e un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, così sono ascesa.
Ora assomiglio ad una specie di dio
E fluttuo nell’aria nella mia veste d’anima
Pura come una lastra di ghiaccio. È un dono.

16 Ottobre 1960
Traduzione di Donatella Marcatajo.

Ha ragione, è perfetta. Trattengo a stento le lacrime leggendola dinanzi a lei.
A dispetto della mia natura timida e riservata, mi ritrovo lì ad intavolare una conversazione improvvisata con uno sconosciuto su quanto Sylvia fosse piena di vita, nonostante ne stiamo parlando davanti al suo ultimo posto terreno.
Lui accenna alla querelle fra Hughes e le femministe che si ostinavano a cancellare il suo cognome dalla lapide di Sylvia e mi dice che dopo aver letto le sue lettere (The Birthday Letters) non è più riuscito a pensarla come prima. Anche una parte di quelle femministe deve averla pensata come lui perché a quanto pare da allora il suo cognome è stato lasciato in pace. Spero in qualche modo che entrambi riposino finalmente in pace.

Sta tramontando. Quanto tempo siamo stati qui? Anche se non vorrei lasciarla, è arrivato il momento di andare.
Sposto una pietra, scavo con un dito nella terra asciutta e sotterro un piccolo foglietto ripiegato con una lettera per lei. Mi chiedo spesso se la pioggia della settimana successiva l’abbia distrutta o se invece il guardiano l’abbia raccolta e messa in mezzo ai suoi memoirs dell’agenda.
Saluto Sylvia Plath sapendo che un pezzo della mia anima sarebbe rimasto lì con lei per sempre. Giro le spalle al tramonto e vado via.

~ Donatella

Tutte le foto presenti su questo post sono sotto stretto copyright di Donatella Marcatajo © Sylvia Plath Italy, è vietato prenderle senza permesso dell’autrice o alterarle.

A proposito di “segni” seguendo i passi di Sylvia nello Yorkshire, è interessante leggere anche il viaggio di Karen V. Kukil, la curatrice delle collezioni speciali dello Smith College, grande studiosa di SP. leggetelo qui.

3 pensieri riguardo “Following Her Steps… parte I – Heptonstall

  1. Wow! I was so moved by this account of your travels to see Sylvia’s last resting place. It made me want to go there all the more sooner. I love how you captured the atmosphere of the area and I simply adore the line about those who were unable to save themselves succeeding in saving others. I think that’s so poignant and true. especially in the case of Sylvia. She has saved so many of us. So grateful for this article! This is @medea.rants.books btw:) cheers!

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