Il Lamento della Regina di Leonetta Bentivoglio

Burano, 2019, foto di Donatella Marcatajo

La scorsa estate, passeggiando fra le stradine dell’isola di Burano, lessi questo breve saggio di Leonetta Bentivoglio su Sylvia Plath, intitolato Il Lamento della Regina. Tutte le volte che visito un posto nuovo, devo portarmi dietro un libro per riuscire a fare una foto che immortali quel momento e lo fissi nella memoria. Oggi che siamo ancora costretti a restare a casa, mi piace ricordare quei momenti e sogno il giorno in cui rivedrò brulicante di persone la mia bella Venezia che mi ha adottato un anno fa.
Quella era la prima volta che prendevo un affollato vaporetto per raggiungere Burano e perdendomi fra coloratissime case e ponticelli, mi sono imbattuta in questo scorcio dove il rosa era dominante come la copertina del libro.

Nei saggi e nelle biografie mi piace sempre partire con il parlare di chi le ha scritte, la prima domanda che a me sorge sempre spontanea è sapere chi è l’autore. Quindi, chi è Leonetta Bentivoglio? È una saggista e giornalista italiana che scrive da molti anni per la testata di arte e cultura de La Repubblica, appassionata di teatro e danza, ha curato la monografia di Pina Bausch, personaggio che cita anche in questo saggio menzionando Il Lamento dell’Imperatrice, film da lei diretto, facendone una personale comparazione con la Plath.

Il titolo del libro è ispirato ad una poesia che Sylvia scrisse nel 1956, ma che venne pubblicata postuma nel ’69, intitolata, appunto, The Queen’s Complaint. Inizialmente l’aveva inviata in una lettera a sua madre intitolandola “Complaint of the Crazed Queen“, poi aveva pensato a “Mad Queen’s Song” (il riferimento all’altra sua poesia Mad Girl’s Love Song è palese) e infine decise per Il Lamento della Regina. Potete leggerla qui.
La Bentivoglio la descrive come un componimento simile ad una fiaba con tinte fosche, cupe, a tratti erotiche e sanguinose. Degna dei fratelli Grimm, aggiungerei io.

SP bambina con la madre Aurelia

Il saggio conta veramente pochissime pagine, ma il libro è arricchito da bellissime foto in bianco e nero di Sylvia (alcune veramente poco note e diffuse sul web), delle citazioni tratte dai suoi Diari e dalle sue poesie nelle pagine finali e un elenco ben curato della bibliografia critica e delle produzioni musicali e teatrali recenti dedicate alla Plath. Nel saggio, la Bentivoglio tratta le tematiche che per lei sono le più caratteristiche della vita e dell’opera di Sylvia, suddividendo, quindi, l’intero scritto in brevi categorie quali Morte, Poesia, Sesso, Marito, Invidia, Strega, Madre, Padre, Animali, Colori, La Madre Sono Io, La Campana di Vetro e Ariel, e analizzandola per fasi, accompagnando spesso le sue riflessioni con citazioni di poesie e brani dei Diari.

In lei la fascinazione per la morte è ritornante come un trait d’union senza soluzione di continuità. (…) La morte è un approdo fondamentale per Sylvia che la raggiunge attraverso un rito strutturato.”

“Se nella vita Sylvia è una ragazza di vetro, nella poesia ha una solidità d’acciaio. L’opera viene alimentata dal demone che l’accompagna e che la rende dissimile dagli altri. Il resto – la vita – è vanità, egoismo, tristezza. I rapporti affettivi hanno bisogno di consuetudini che Plath non riesce a stabilire. Prova, si affanna, è maldestra. A volte, si autoinganna, costruendosi addosso l’armatura di una ragazza comune. Una speranza di uscire dall’esilio un cui è stata rilegata dal suo demone.”

Nel capitolo dedicato al Marito, la Bentivoglio è freddamente dura con Ted. Chiunque si imbatta in Sylvia Plath, sa dell’eterna diatriba sul ruolo di Hughes nella sua vita e nella sua morte. Anche in questo caso si va per eccessi: dal gruppo di femministe che vandalizzò la tomba di Sylvia “scorticando” il nome di Hughes per eliminarlo dalla sua intestazione, ergendolo come assassino, plagiatore, uomo violento e istigatore al suicidio delle donne che lo amavano, e a chi ne fa una santa vittima dell’insanità delle suddette donne come nella biografia di Anne Stevenson “Bitter Fame – Vita di SP” (scritta a quattro mani con la sorella Olwyn Hughes) e alla biografia romanzata di Connie Palmen, “Tu L’hai Detto“. Ma questo lo approfondiremo un’altra volta. Al momento, penso di essere fondamentalmente in linea con il pensiero della Bentivoglio:

“A una donna fissata con l’eccellenza può piacere solo un uomo geniale. E lui (Ted Hughes) lo è. Di questo, all’inizio, Plath è convinta fortemente. Perciò scatena le sue proiezioni. Lei e Ted potranno scrivere nello stesso habitat le rispettive poesie e sostenersi a vicenda. Dall’incontro delle loro menti, delle loro anime e dei loro corpi nascerà la’famiglia perfetta’. (…) Si può accusare Sylvia di aver creduto nell’amore? Di aver coltivato fantasie sul gioco di sponda tra due artisti che progettano di vivere e creare insieme? (…) Poi Sylvia lo dissolve. La maggior parte della fama di Ted dipenderà dall’essere stato “Suo Marito” (cita la biografia di Diane Middlebrook).

“Non si capisce come abbia potuto galleggiare in tante catastrofi continuando a scrivere, a lavorare e firmare le curatele dei testi di Sylvia. E riguardo all’adulterio sarebbe assurdo fargliene una colpa, perché è facile innamorarsi con violenza di una donna più stupida e vuota della prima. Se poi la prima è un vulcano visionario come Plath, la fuga è ancora più comprensibile. Ciascuno tenta a suo modo di salvarsi dall’eccesso.”

Poi, evidenzia in sequenza il rapporto con la madre Aurelia Plath, saggiamente definito ambiguo e sconcordante; la figura del padre Otto Plath che spesso nelle sue opere si mischia con le proiezioni di Hughes (ne sono un esempio, le poesie Daddy e The Colossus); e l’amica-rivale Anne Sexton che conosce al corso di Robert Lowell e di cui invidia puramente la facilità di scrittura di getto.

“Il demone o la strega agita il sostrato mitico di Sylvia. Il demone o la strega o il doppio. L’altro, la proiezione, l’ombra. (…) Come Emily Dickinson e come l’amica-rivale Anne Sexton, Plath sancisce la propria appartenenza a un lunga tradizione di dissidenza praticata da donne culturalmente eretiche tramite la stregoneria.”

Sylvia Plath e Anne Sexton

Fra le ambiguità di Sylvia è sempre importante menzionare quella del ruolo della maternità e anche qui la Bentivoglio sottolinea come una parte di lei amasse i figli, e persino cucinare ed occuparsi della casa, come spesso menzionato nei suoi Diari, ma, nel contempo, di come i bambini siano anche un “fastidio” ed un ostacolo quando si viene abbandonati alla loro cura esclusiva. Si sa che Sylvia scrisse quasi tutte le poesie di Ariel ogni notte dalle 4 alle 7 del mattino, orario in cui i bambini si svegliavano.

Personalmente trovo questo scritto un’analisi lucida e spassionata e sono d’accordo in gran parte con le sue riflessioni, l’unica cosa che mi ha destabilizzata un po’ è stato nel parlare della prosa di Sylvia. Parlando de La Campana di Vetro e dei racconti brevi di SP, la Bentivoglio afferma che “il lavoro in prosa di Sylvia non è mai grande letteratura. TBJ è un romanzo modesto ed impregnato eccessivamente di autobiografia. Alcuni brevi testi in prosa hanno il medesimo problema.” La grandezza di Sylvia sta proprio nell’essere riuscita a trasformare eventi della sua vita in opere, è un atto di grande coraggio riuscire a mettersi a nudo così come ha fatto lei, secondo la mia opinione. Penso ai numerosi flussi di coscienza straordinari de La Campana di Vetro, penso a racconti come Ocean 1212-W o Jhonny Panic and The Bible of Dreams o Mary Ventura and The Ninth Kingdom e per me non si può definirli in questo modo. Conservano le metafore delle sue poesie con la palesanza della prosa, con la verità della sua vita, mentre le poesie sono quasi sempre criptiche, mischiano eventi e personaggi esistenti nella sua vita con altre figure poetiche, depistandoci spesso dai significati reali, nascondendoli. In queste ultime mantiene di più il riserbo, infarcendolo di maschere e filtri, è solo nelle poesie di Ariel che finalmente lascia andare ogni freno. In un passo dei suoi Diari affermava: “La poesia è un’evasione dal vero lavoro di scrivere in prosa“. Ambiva spesso ad essere una romanziera capace di inventare storie emozionanti e fantasiose, ma questo forse era proprio parte dei suoi freni: è mio parere pensare che nel momento in cui ha capito di dover attingere alla sua vita interiore per l’ispirazione che cercava al di fuori di sé, sia riuscita a creare la sua leggenda personale.

Ciò che più apprezzo di questo saggio è la visione poco comune del “dono” di Sylvia come un demone o una strega, che la trascina, suo malgrado, verso la realizzazione della leggenda, che la spinge a creare i suoi capolavori, risucchiandole però la vita.

Il demone l’ha catturata per intero, permettendole di coincidere con la Grande Poetessa che pensava di diventare sin da ragazzina. Scrive (Ariel) come in preda al delirio, sembra posseduta da un incantesimo. La strega trionfa, sottraendola alla ragazza invidiosa dei Diari. Sylvia entra a passi da gigante nel proprio maleficio. In Ariel Sylvia si stacca da tutto. Affronta lontananze indescrivibili. Entra nella compiutezza della propria vocazione.”

~ Donatella

Brani tratti da Sylvia Plath – Il Lamento della Regina a cura di Leonetta Bentivoglio, edizioni Clichy, anno 2017-2018.
Per approfondimento: Intervista a Leonetta Bentivoglio

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