Gli ultimi giorni di Sylvia Plath raccontati da Jillian Becker

È ancora tremendamente difficile riuscire a ricostruire gli ultimi giorni di Sylvia Plath, in tanti, fra studiosi e amici e parenti della famiglia Plath-Hughes, hanno tentato negli anni di ricostruire quegli ultimi momenti. Con nuovo materiale si aprono sempre nuovi spiragli nella speranza di tracciare ancora una volta la sua storia, come nel caso dell’ultimo libro uscito proprio a marzo di quest’anno di Carl E. Rollyson che non vedo l’ora di leggere,The Last Days Of Sylvia Plath. Rollyson è un grande biografo e già autore di un altro libro su Sylvia, The American Isis (che ho in lettura proprio in questo momento). Per quanto ci sforzeremo, però, quasi certamente non riusciremo mai davvero a capire cosa successe quella notte fra il 10 e l’11 febbraio 1963 nell’anima tormentata di Sylvia, possiamo solo affidarci ai racconti degli ultimi che la videro in vita e Jillian Becker fu una di quelli.

Probabilmente vi starete chiedendo per prima cosa chi è Jillian Becker.
Era una conoscente di Sylvia, scrittrice, giornalista e ricercatrice internazionale in materia di terrorismo, lei ed il marito Gerry la ospitarono il weekend precedente a quel giorno maledetto, e a giugno festeggerà i suoi 88 anni, la stessa età che avrebbe Sylvia oggi.
Nel 2002 diede alle stampe i suoi memoir riguardanti quei famosi ultimi giorni di Sylvia Plath, mettendo in luce degli aspetti che fino a quel momento non erano chiari o erano stati persino mistificati: la Becker contestò molti biografi della Plath e persino il film del 2003 di Christine Jeffs, “SYLVIA“, per non aver dato un’immagine veritiera della scrittrice.

Il film del 2003 con Gwyneth Paltrow e Daniel Craig che interpretano Sylvia e Ted.

Vi traduco di seguito un’intervista rilasciata dalla Becker alla BBC: è un po’ un sunto del suo libro, nonché un riassunto in breve di ciò che accadde quei fatidici giorni, e che poi l’autrice racconta più dettagliatamente nel libro.

Nel febbraio del 1963, la poetessa americana Sylvia Plath si uccise nel suo appartamento a Londra. Plath stava lottando per far fronte alla separazione da suo marito, Ted Hughes. Durante gli ultimi mesi della sua vita, Plath è diventata amica della scrittrice Jillian Becker – questo è il racconto di Becker dei loro ultimi giorni insieme.

“In un pomeriggio gelido nel febbraio del 1963, Sylvia arrivò con i suoi figli, Frieda e Nick, a casa mia a Mountfort Crescent, vicino a Barnsbury Square a Islington. Aveva chiamato per chiedere se poteva venire, quindi li aspettavo. Non appena entrata, disse che avrebbe voluto sdraiarsi un po’. Non era una sorpresa per me. Si sentiva evidentemente giù, ancor più dei cinque mesi o poco più in cui l’avevo conosciuta.
L’avevo incontrata nel settembre del 1962, poco dopo la fine del suo matrimonio con Ted Hughes.
Mi dispiaceva per lei. Ammiravo e invidiavo il suo talento. Il periodo vissuto assieme non era stato dei più allegri, ma mi piaceva la sua compagnia.
Mi aveva regalato una copia firmata del suo libro di poesie, “Il Colosso”, e avevamo parlato di poesia e molte altre cose.
La feci andare di sopra nella stanza di mia figlia maggiore. Mio marito Gerry si stava riprendendo da una brutta influenza nella nostra camera da letto. Portai i bambini a giocare con la mia figlia più piccola, Madeleine, in una stanza al piano inferiore dove il rumore non avrebbe disturbato nessuno dei due dormienti. Nick aveva più o meno la stessa età di Madeleine, poco più di un anno. Frieda aveva quasi tre anni.
Sylvia dormì per un’ora o due, poi scese a trovarci. Mi disse che “avrebbe preferito non tornare a casa”.
Fu semplice per me lasciarli restare. Le mie due ragazze più grandi, Claire e Lucy, erano via per il fine settimana, quindi avevo una stanza libera per Sylvia e un’altra per i suoi figli.
Mi consegnò le chiavi del suo appartamento in Fitzroy Road e mi chiese di prendere alcune cose per lei: spazzolini da denti, indumenti per la notte, le sue medicine, un vestito particolare, un paio di libri che aveva iniziato a leggere – cosa che feci. Quando tornai, feci il bagno e diedi da mangiare a Frieda e Nick con Madeleine, e quando tutti e tre furono sistemati per andare a dormire, preparai la cena per Sylvia, Gerry e me.
Il brodo di pollo era già pronto come rimedio per l’influenza di Gerry e sembrava andar bene anche per Sylvia. Proseguimmo poi con le bistecche di un grande macellaio francese di Soho, purè di patate e insalata. Sylvia mangiò di cuore e non smetteva di dire quanto tutto fosse buono.
Non ricordo di cosa abbiamo parlato, solo che non si trattasse della sua situazione. Non in quel momento almeno.
Ma più tardi mi chiese di venire a sedermi accanto a lei, mostrandomi delle bottigliette di pillole e dicendomi quali la facessero dormire e quali alzare la mattina.
Inghiottì i sonniferi alle 22 circa, ma continuò a chiacchierare per un’ora o più di persone che non conoscevo come se fossero amici comuni. Sembrava sconclusionata, e pensavo che le pillole stessero facendo effetto.
Poi il suo tono cambiò e parlò emotivamente ed energicamente di Ted e Assia Wevill, la donna per cui l’aveva lasciata. Era amareggiata, gelosa, arrabbiata. Ted aveva portato Assia in Spagna. Lei avrebbe voluto poter portare i bambini in Spagna, in un posto assolato, lontano da questo clima gelido. I bambini, disse, non stavano bene, dovevano andare in un posto caldo, da qualche parte vicino al mare.
Le dissi che avrei portato lei e i bambini al sole e al mare durante le vacanze di Pasqua, anche se preferivo l’Italia alla Spagna. “Pasqua”, disse, “è molto lontana”.
Era quasi mezzanotte quando si addormentò e finalmente potei andare a letto anch’io.
Ma circa un’ora dopo Nick si svegliò. Gli scaldai un biberon di latte e, sentendo Sylvia chiamarci, lo portai da lei per nutrirlo. Anche Frieda venne nel letto di sua madre.
Dopo averli riportati nei loro letti, Sylvia mi chiese se fosse giunto il momento di prendere le sue pillole per il risveglio. Le dissi di no, che era ancora troppo presto.
Ma non riusciva a dormire. Mi chiese di rimanere con lei per un po ‘. Mi sedetti vicino al suo letto a luce spenta e la sola luce del corridoio che filtrava nella stanza. Lei chiudeva gli occhi, ma all’improvviso li riapriva, e una volta si alzò per metà, e vedendo che ero ancora lì si sdraiò di nuovo, come se fosse rassicurata dalla mia presenza vicino a lei. Quando fui certa che dormisse, me ne tornai a letto.
Al mattino, dopo aver preso le sue medicine e aver divorato un’abbondante colazione, telefonò a una giovane donna che aveva promesso di venire a stare con lei come ragazza alla pari per aiutarla con i bambini ma questa, a quanto pare, aveva cambiato idea. Sylvia impiegò molto tempo a cercare di convincerla a cambiare di nuovo idea ma senza successo.

Parlai col suo medico al telefono. Conoscevo il dottor Horder da più tempo di quanto non conoscessi Sylvia. Mi disse di non fare tutto io per i bambini, che Sylvia doveva prendersi cura di loro, doveva sentire che avevano bisogno di lei. Quindi le chiesi di venire con me quando li portai in bagno, quando preparai loro da mangiare, quando Nick aveva bisogno di nutrirsi ed essere cambiato. Ma non lei prese sapone o asciugamano, né un cucchiaio o una spilla da balia. Me ne andai persino dalla stanza, ma lei aspettò che tornassi. La mia scelta era quella di lasciare i bambini non lavati, senza cibo, senza essere cambiati, oppure farlo io. Per lo più lo feci.
La sera successiva Sylvia indossò l’abito blu e argento che le avevo procurato. Ci aveva messo un po’ per sistemare i capelli. Quasi sorrise – certamente sembrava compiaciuta – quando le dissi che era bellissima.
Mi disse che avrebbe incontrato qualcuno, ma non chi fosse. Diede la buonanotte a Frieda e Nick. Frieda la seguì fino alla porta principale e poco prima che Sylvia la aprisse, si chinò verso la bambina e disse: “Ti voglio bene!”
Seppi giorni dopo che quella sera uscì con Ted. La riportò a casa nostra. Non ricordo a che ora tornò, o qualsiasi cosa disse. Ricordo che il giorno dopo si unì a noi al tavolo per il nostro solito abbondante pranzo domenicale di zuppa, carne arrosto con i soliti contorni, e formaggio, dessert e vino.
Ricordo che le piacque. Diede da mangiare a Nick. Sembrava, se non allegra, almeno molto meno abbattuta. Ci attardammo nel prendere il caffè, parlando contenti. I bambini andarono a dormire e dato che il vino ci aveva messo sonnolenza, andammo tutti e tre nelle nostre stanze a sdraiarci e sonnecchiare fino alle quattro circa.
Poi prendemmo il tè. Gerry, che stava di nuovo bene, giocava con i bambini. La sera invernale avanzava.
Claire e Lucy sarebbero rientrate a casa presto. Io pensavo a come sistemare tutti.
C’erano due stanze libere e un bagno all’ultimo piano e stavo decidendo se mettere Sylvia e i bambini lassù, o tenerli sullo stesso piano con me e spostare le mie figlie nelle stanze di sopra, quando Sylvia disse all’improvviso: “Devo tornare a casa. Devo sistemare il bucato. E aspetto che un’infermiera mi chiami al mattino, quella che è venuta ad aiutare Nick mentre era malato.” E cominciò a raccogliere rapidamente le sue cose e a metterle nelle borse. In quei momenti sembrava davvero rinvigorita, quasi esaltata, come non l’avevo mai vista prima.
Gerry le chiese se era sicura di voler andare. Rispose che lo era. Così la guidò con cautela attraverso le strade fangose ​​di neve nella sua auto – un vecchio taxi nero di Londra con il contatore rimosso.
Era una vecchia ferraglia, e seduto da solo davanti non riusciva a sentire ciò che qualcuno nei sedili di dietro avrebbe potuto dire. Solo quando si fermò a un semaforo rosso sentì piangere. Parcheggiò la macchina e si sedette sul sedile di fronte a Sylvia. Mentre lei piangeva, anche i bambini iniziarono a piangere. Se li sedette sulle ginocchia. La supplicò di lasciare che li riportasse a casa nostra. Lei rifiutò. Si calmò e insistette perché proseguissero per Fitzroy Road. La vide nel suo appartamento. Le promise che l’avrebbe chiamata il giorno dopo.
Tornando, mi disse che avrebbe voluto che rimanesse con noi, che non pensava che potesse farcela da sola.
Sapevo che aveva ragione, ma non mi dispiaceva affatto che fosse andata via. Non avrei più dovuto occuparmi di lei e dei suoi figli. Le mie figlie non avrebbero dovuto rinunciare alle loro stanze. Non avrei avuto più notti interrotte. E la pietà stanca il cuore.
Per tutti quei pensieri avrei dovuto sopportare un lungo rimorso.
Il lunedì mattina, verso le otto, il telefono squillò. Risposi e il dr. Horder mi disse che Sylvia aveva messo la testa nel forno a gas ed era morta.

Fonte: BBC
La mia copia su ebook


Non esiste traduzione italiana per questo libro, “Giving Up – The Last Days Of Sylvia Plath“, di Jillian Becker (scommetto che non ve lo aspettavate, eh?), ma potrete trovarlo facilmente in inglese, anche in ebook. È un libro molto piccolo, potremmo definirlo un memoir appunto, si tratta di un materiale effettivamente interessante, almeno per ciò che riguarda la prima parte: i primi tre capitoli del libro sono il racconto della loro conoscenza tramite conversazioni riportate dall’autrice e la ricostruzione di quei giorni, dal weekend in cui SP stette con loro fino al suo funerale.
Riporto qui di seguito dei brani da me tradotti del capitolo del funerale:

Estratto dal capitolo “Il Funerale”

“Sylvia aveva immaginato la sua tomba nell’ondulato Devon, non nel granitico Yorkshire dove invece riposa. Poco dopo esserci incontrate, parlando della sua morte come un evento lontano, mi disse che le sarebbe piaciuto essere seppellita nel cimitero della chiesa vicino a Court Green. Non lo aveva mai detto a Hughes? Suppongo che se avesse organizzato il funerale laggiù, nessuno della sua famiglia sarebbe venuto. (…) Dopo il rinfresco con tè e sandwiches a casa dei genitori di Ted, sua madre, una presenza imposta, —oserei dire dominante— mi chiese della mia amicizia con Sylvia. Da quanto la conoscevo? Come mi sembrava nei suoi ultimi giorni?
“Noi tutti le volevamo bene, sai”, asserì, dettandolo come una legge.
Suo padre non disse molto. Lo ricordo come un uomo gracile, sottile.
Il funerale in chiesa fu breve. Per alcuni attimi la luce del sole sbucò da una finestra con i vetri colorati, facendone risaltare il giallo. Seguimmo la bara fino alla fossa, un buco giallo in mezzo alla neve, la terra impilata dello stesso colore delle vetrate della chiesa, ma densa come del colore ad olio appena versato. Dopo quello il rito fu concluso.
“Starò qui da solo per un po’”, disse Hughes. Tutti gli altri andarono verso il cancello. Mi guardai dietro e lo vidi lì in piedi, una figura solitaria ai piedi della tomba. Ci raggiunse presto, eravamo quattordici persone circa in tutto, poco dopo che ci eravamo seduti tutti intorno ad un tavolo di una saletta privata di un pub del paese. Gerry ed io eravamo l’uno di fronte all’altra e Hughes stava fra noi. Solo quattro persone erano lì per Sylvia: suo fratello Warren e la moglie Margaret, Gerry ed io. Il resto erano lì per Ted, le sue vecchie conoscenze. Sua madre stette a casa. (…)
Hughes sputò fuori improvvisamente con veemenza ma a voce bassa, come se dovessimo sentirlo solo io e Gerry anche se non guardò nessuno dei due: “La odiavano tutti”.
“Io non la odiavo”, dissi.
“Era sempre o lei o me”, disse. (…)
“Fu lei a farmi fare il poeta come professione”, si lamentò ad un certo punto, la sua rabbia che si ammorbidiva un po’ in amarezza.
Avevo letto da qualche parte di un credo degli Inglesi che le arti, ogni tipo di studio e sport dovessero essere coltivati solo per passione. Un inglese fa quel che fa solo per amore; gli Americani scrivono per vendere il loro operato, la loro cultura è molto più materialistica. (…) Non dev’essere stato abbastanza per “lei”; e imponendogli la sua mentalità mercenaria, deve averlo corrotto.(…) Una volta le sentii dire che per essere un vero scrittore bisogna essere un professionista e io le chiesi cosa volesse dire esattamente. Lei mi rispose che il lavoro di un professionista dev’essere “battuto correttamente a macchina, con doppia spaziatura, su carta linda”. (…)
Poi ci fu un momento in cui sembrò volersi giustificare con Gerry e me. Disse: “Le avevo detto che tutto si sarebbe sistemato. Le avevo detto che entro l’estate saremmo tornati insieme a Court Green.”
Pensai, “Quindi te ne vai e ti diverti con Assia, qualunque effetto possa avere su Sylvia, poi ritorni quando il divertimento è finito, qualunque effetto possa avere anche su Assia, e ti aspetti che Sylvia —conoscendola come la conosco io!— sia paziente e sopporti quando te ne vai, e che ti sia grata e ti perdoni quando torni?”. Ma non dissi nulla. Mi chiesi inoltre quando lui le avesse detto del suo piano di tornare insieme. Sarà stato quel sabato sera prima della sua morte? Se fosse così, potrebbero sollevarsi nuove speculazioni riguardo ai suoi stati d’animo e la sua decisione. Ma non glielo chiesi.
In un altro momento di esplosione, mi chiese se avessi letto The Bell Jar. Gli dissi di sì. Ed ero a conoscenza che fosse autobiografico? Sì. Quindi sapevo anche che lei aveva già tentato il suicidio prima che si conoscessero? Sì.
“Ce l’aveva dentro, come vedi”, disse. “Ma le avevo detto che se avesse scavato abbastanza a fondo e scritto di tutto questo, lo avrebbe superato.”
“E non pensi che abbia scavato abbastanza profondamente?”
“No.”
Il suo no fu una sorta di alzata di spalle verbale, implicitamente diceva “ovvio che no, il suo funerale non è una prova sufficiente?” (…) Non glielo dissi ma ero d’accordo con lui. The Bell Jar parla di un tentato suicidio, ma non cerca di spiegarlo in alcun modo.
Successivamente Hughes avrebbe detto, e pubblicato, che nonostante ciò che avvenne, credeva che Sylvia fosse capace di una grande felicità. Forse aveva ragione. Avrebbe potuto essere felice, con un marito fedele, sei figli, più aiuto in casa, più soldi, più plauso, e una perpetua fortuna.
Jillian Becker all’epoca in cui conobbe SP.

Questo è il capitolo più interessante per me, pieno di dettagli che ci fanno vagamente inquadrare un po’ anche la figura di Ted dopo la morte di Sylvia e il suo lento scivolare nel senso di colpa.
Riguardo agli altri tre capitoli finali del libro purtroppo non sono dello stesso parere: penso sia materiale da prendere, invece, molto con le pinze e si tratta di una sorta di lunga divagazione dall’argomento che doveva essere principale con pure interpretazioni personali. Uno dei capitoli è una sorta di difesa di se stessa e il marito da tutti coloro che li accusarono per avere lasciato Sylvia da sola in quello stato visibilmente alterato ed uno sfogo nei confronti di biografi e giornalisti che negli anni l’hanno interpellata per poi omettere o distorcere le sue testimonianze; in un altro capitolo si scaglia contro una poesia di Hughes “Dreamers” che definisce antisemita (la Becker è di cultura ebraica) e biasima il “mito” che si è creato attorno alle loro figure; nell’ultimo troviamo un attacco, puramente personale, alle Femministe, affermando testualmente che “Sylvia non era certo una femminista, non se femminismo vuol dire disprezzare il tradizionale ruolo della donna di moglie e madre, casalinga e massaia”, credendo che essere femminista voglia dire, ancora una volta letteralmente, “odiare gli uomini”.


Vi spiego perché questa seconda parte del materiale sia da prendere con le pinze e ci fa chiedere quanto davvero Jillian Becker conoscesse Sylvia, la VERA Sylvia Plath. All’epoca in cui la Becker diede il libro alle stampe non aveva neanche letto i Diari di SP (lei stessa scrive all’interno di questo libro che li aveva comprati ma non li aveva letti), materiale autobiografico che sappiamo essere molto più che fondamentale per capire la figura della poetessa, pagine e pagine in cui sin da quando era ragazzina Sylvia non fa che indagare la figura della donna e della sua libertà, anche sessuale, rifiutare la versione convenzionale dell’epoca che la vorrebbe solo come moglie, madre e casalinga che assiste e contribuisce invisibilmente ai successi del marito, così come rifiuta la figura stereotipata (come sua madre) che aveva rinunciato alla propria carriera e alla sua libertà dopo il matrimonio, nei diari ritroviamo il timore continuo di essere schiacciata dalle responsabilità della casa e dei figli a cui viene abbandonata e il sentirsi sminuita e limitata solo perché donna. Anche ne La Campana di Vetro il suo punto di vista risulta chiaro in più di un passaggio, tanto per fare un esempio, con la figura di Mrs Willard, la madre di Buddy, con “il suo bel tappeto fatto a mano calpestato come gli uomini calpestano le donne che sposano dopo averle illuse con i fiori del corteggiamento”: il bel tappeto fatto a mano da Mrs Willard frutto di pazienza e talento che Esther avrebbe visto bene appeso alle pareti come un’opera d’arte e non sminuito e ridotto al lerciume come un qualsiasi tappetino da due soldi. Una metafora più chiara di così?
Ciò che penso è che Sylvia Plath non amava le etichette (così come anche la Woolf per fare un esempio), non avrebbe sopportato di essere rinchiusa in una parola come “femminista” o essere associata ad alcuni personaggi che hanno travisato l’originale significato di tale parola, ma credo che la sua visione sul ruolo della donna sia ben chiara e nettamente in contrasto con ciò che afferma la Becker.
Sylvia voleva essere ed avere tutto. Voleva la libertà di essere chi era, voleva l’amore, voleva un marito che la amasse e la stimasse, voleva dei figli, voleva persino godere dei piaceri della cucina e della casa, e voleva essere una poetessa, scrittrice ed artista di successo, non “una casalinga che scrive” ma una scrittrice, come spesso precisava, voleva essere una donna nella sua interezza come aveva scelto di essere, al massimo, a cui sempre puntava, delle sue possibilità. E lo meritava, meritava di avere tutto. E forse, se avesse avuto tutto questo contemporaneamente, se avesse avuto qualcuno accanto in grado di salvarla mentre la sua leggenda di scrittrice si compiva, se avesse creduto davvero di potere essere tutto, forse, quell’11 febbraio del 1963 le sarebbe bastato per superare quell’orribile notte.

~ Donatella

Tutto il materiale qui tradotto è sotto stretto copyright e non può essere usato senza autorizzazione dell’autrice di Sylvia Plath Italy né usato per scopo di lucro.

Foto personale dal cimitero di Heptonstall, 2018. È vietato usare questa foto senza citare Sylvia Plath Italy.

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