La Campana di Vetro – Prima edizione italiana

Dalla sovraccoperta:

Nei paesi di lingua anglosassone, e soprattutto tra giovani lettori e lettrici, un mito non clamoroso ma insistente si va formando intorno a questo unico romanzo di una poetessa morta suicida nel 1963. Victoria Lucas è lo pseudonimo che apparve sulla copertina della prima edizione de La Campana Di Vetro, Esther Greenwood è il nome della protagonista; ma, nonostante questi lievi schermi o, forse meglio, questi buchi d’identità, la sostanza è chiaramente autobiografica. L’avvio del romanzo ci offre l’immagine, non inedita, di una giovane donna che, dentro la volgarità di un caratteristico contesto americano, mantiene intatti gli ardimenti, le ironie e gli spasmi della purezza. Un giorno, uno dei misteriosi urti nelle cose del mondo fa risuonare intorno a lei la vuota campana del suo isolamento: Esther precipita nel gorgo della follia e nella tentazione del suicidio. Rispetto ad altre “educazioni alla morte”, questa (che, nel romanzo, si conclude su una nota di fragile salvazione) colpisce per il proprio carattere innocente e irrimediabile: si svolge tutta nell’ambito di un vissuto che nega l’egemonia dell’interpretazione e la violenza psichiatrica; ha un commercio continuo e non simbolico con le superfici delle cose, con lo spazio improvvisamente vertiginoso e franante che si apre tra loro. La Campana Di Vetro ci rappresenta la follia come una zona di sabbie mobili dentro il mondo della materia e dei manufatti: il piede di ognuno di noi potrebbe incapparvi; messaggio apparentemente candido ma che, sostenuto da uno stile letterario insieme intenso ed esatto, trova eco e si allarga in cerchi nelle acque più segrete e turbate dei sensi e della coscienza.

È così che nel 1968 La Campana di Vetro di Sylvia Plath appariva per la prima volta in Italia nella traduzione di Daria Menicanti, che ritroveremo in commercio fino alla terza riedizione del 2000, con questa sovraccoperta che ne descrive i contenuti ad un pubblico di certo di medio-alta istruzione. In tanti ricordano, infatti, la traduzione della Menicanti come ricercata, a tratti astrusa e persino arcaica, ben diversa da quella attualmente in commercio di Adriana Bottini che è, fin troppo per il mio gusto, alleggerita, “modernizzata” e cambiata in molte forme semantiche perdendo spesso l’intensità della figure della Plath. Ma probabilmente nel mondo di oggi si punta ad un altro tipo di lettori rispetto al ’68: l’ambiente dei libri è diventato maggiormente fruibile ad un pubblico più vasto, di diverse età e livelli d’istruzione, diventando quindi più inclusivo e anche i traduttori scelgono spesso di usare un linguaggio diverso. La verità, però, come sosteneva in un’intervista anche Stefania Caracci, grande studiosa di Sylvia Plath, è che la traduzione perfetta in italiano de La Campana di Vetro non esiste: bisogna leggerlo in inglese per vivere tutta l’enfasi, l’ironia e l’asfissia che Sylvia ha messo in questo romanzo, cambiare anche solo una parola o preferire un sinonimo più blando nelle sue traduzioni rovinerebbe ogni cosa.

Prima edizione dall’archivio storico Mondadori tratta dal catalogo consultabile gratuitamente online.

Della prima edizione del 1968, edita da Arnoldo Mondadori Editore, esistono due versioni esattamente identiche nei contenuti ma con due copertine diverse seppure entrambe rigide (non sono ancora riuscita a risalire al motivo). Entrambe uscite a febbraio del 1968, prima edizione, ma una sovraccoperta presenta un’opera di Giacomo Porzano, illustratore dell’epoca (quella che possiedo io), e nell’altra un’immagine dei grattacieli di NYC. Entrambe sono comunque abbastanza rare.
A seguire, come detto, ne sono state fatte delle nuove edizioni. Quella del 1979 sembra essere una fra le più diffuse, con la nuova introduzione di Claudio Gorlier, copertina flessibile con nuovo lettering e nuovo nome dell’editore (Oscar Mondadori); poi un’altra del 1992 per una nuova collana economica “I Gabbiani” e l’ultima del 2000 con una nuova grafica più moderna ed un’illustrazione raffigurante due mani.
La nuova versione con la nuova traduzione della Bottini appare per la prima volta nel 2005 (anno oltretutto della morte della precedente traduttrice) con una copertina simile alla precedente e un design leggermente cambiato. Quella attualmente in vendita dal 2016, fa sempre parte della collana Oscar, con cover flessibile e la foto di due fotografi, Angel Albarran e Anna P. Cabrera, in copertina.
Qui di seguito, nell’incipit, potete vedere le totali differenze di registro usate nelle due traduzioni in italiano e confrontarle con il brano originale.

Traduzione di Daria Menicanti (1968)Traduzione di Adriana Bottini (2005)Testo originale di Sylvia Plath (1963)
Fu un’estate bizzarra e afosa quella in cui morirono sulla sedia elettrica i Rosenberg. Che cosa mai facessi allora, a New York, non lo sapevo davvero: divento proprio una stupida quando si esegue una condanna. L’idea stessa dell’esecuzione sulla sedia elettrica mi fa venire la nausea e sui giornali non si leggeva altro; da ogni angolo di strada, da ogni sbocco di sottopassaggio maleodorante di noccioline e muffa, i titoli dei quotidiani mi piantavano addosso i loro occhi sbarrati. Io non c’entravo per niente, ma non potevo fare a meno di chiedermi che cosa si provasse a morire bruciati, tutti i nervi bruciati. Secondo me era la cosa peggiore al mondo. Fu un’estate strana, soffocante, l’estate in cui i Rosenberg morirono sulla sedia elettrica, e io ero a New York e mi sentivo come un’anima persa. Io le condanne a morte non le reggo. L’idea della sedia elettrica, poi, mi fa star male fisicamente, e i giornali non parlavano d’altro: titoloni che mi guardavano fisso a ogni angolo di strada e all’imboccatura di ogni stazione della metropolitana con quell’odore di noccioline stantie. Non che mi riguardasse, ma non potevo fare a meno di domandarmi che effetto faceva, essere bruciati vivi lungo tutto i nervi. Dev’essere la cosa più orrenda che esiste, pensavo. It was a queer, sultry summer, the summer they executed the Rosenbergs, and I didn’t know what I was doing in New York. I’m stupid about executions. The idea of being electrocuted makes me sick, and that’s all there was to read about in the papers – google-eyed headlines staring up at me at every street corner and at the fusty, peanut-smelling mouth of every subway. It had nothing to do with me, but I couldn’t help but wondering what it would be like, being burned alive all along your nerves. I thought it must be the worst thing in the world.

Come potete constatare quindi, i due registri linguistici sono ben diversi ma nessuna delle due traduzioni è letterale o rispetta enfasi e punteggiatura del testo originale. Nel testo della Menicanti ci sono diverse alterazioni di periodi, nell’altra invece c’è un modo particolarmente colloquiale di parlare che la Plath non adopera. La seconda di certo cattura di più l’attenzione di un lettore di oggi, incalzandolo sin dall’inizio, ma confrontandola con il testo originale si capisce subito di aver perso la poetica della Plath e ci sono anche strane scelte di traduzione che ne alterano il significato, come nel caso di “fusty” che viene riferito alle noccioline stantie piuttosto che all’odore che proviene dalla metropolitana di muffa e noccioline. Piccole differenze, ma che nello studio di una scrittrice come Sylvia Plath, per il mio personale e opinabile parere, sono fondamentali.
Due traduzioni per ben sette edizioni differenti, insomma. A voi la scelta!

~ Donatella

Fonti immagini: tutte le foto delle copertine sono prese dal web, tranne l’ultima che è una copia personale e quella dell’archivio Mondadori.

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